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L’ultimatum Bce a Mps manda a picco i bancari in campo Tesoro e Cdp

Monte dei Paschi conferma l’esistenza della lettera della vigilanza per tagliare di 10 miliardi le insolvenze creditizie in tre anni, e gli investitori in Borsa puniscono duramente la banca senese, che ha perso il 14% a 0,32 euro, sui minimi di sempre e dopo più sospensioni per troppo ribasso. Il caso ripiomba il settore in una nuova ondata di rabbia venditrice: l’indice Ftse Mib Italia banche è arretrato del 3,7%, contro il -1,99% del paniere dei maggiori istituti europei. Il contagio si è esteso da Unicredit (-3,63%) a Ubi (-3,05%), da Intesa Sanpaolo (-3,04%) a Banco popolare (-4,5%), da Bper (-6,73%) a Carige (-7,84%).
Ma stavolta, in un mercato nervoso per le nuove turbolenze portate dalla Brexit, a irritare gli investitori paiono più le modalità di gestione politica e di vigilanza dei problemi delle banche italiane, che pure sono antichi e noti. Anche se nessuno vuole dare commenti, tra Siena, Roma e negli operatori affiora l’amarezza per come l’Eurotower ha gestito questa nuova iniziativa di vigilanza sulla banca senese. La Banca centrale europea, come si è appreso da una nota di Mps chiesta dalla Consob, ha infatti inoltrato «una bozza di decisione» ai senesi, in cui si notifica «l’intenzione di richiedere alla banca il rispetto di determinati requisiti relativi, in particolare, ai crediti deteriorati». La data sarebbe il 22 giugno, alla vigilia del referendum che ha sancito l’uscita britannica dall’Europa.
La richiesta è di accelerare lo smaltimento dei crediti problematici, che da anni rendono Mps una banca fragile (ne ha per 47 miliardi). Gli obiettivi, riportati in una tabella che la banca ha diffuso dopo le indiscrezioni della vigilia, sono molto ambiziosi, e potrebbero richiedere al Monte di aumentare ancora il capitale, dopo che dal 2011 sono stati bruciati 10 miliardi degli azionisti (ieri Mps capitalizzava 964 milioni). La mossa di Francoforte fa parte delle normali attività di vigilanza macroprudenziale ai fini del processo detto “Srep”, e impone di liberarsi di crediti oggi inadempienti – le cosiddette sofferenze – per un totale di 9,6 miliardi entro il 2018, e di 14,3 miliardi per la categoria più ampia dei crediti deteriorati. L’attuale piano 2015-2018 del Monte è di vendere 5,5 miliardi di euro di sofferenze (già attuato per quasi metà dell’importo) e recuperare crediti malati per altri 6 miliardi nel periodo.
La banca «ha avviato immediatamente le interlocuzioni con la Bce al fine di comprendere l’esatta portata di tutte le indicazioni contenute nella bozza di decisione e presentare le proprie deduzioni in vista della decisione finale, prevista entro la fine del mese di luglio»; anche se la vigilanza ha concesso un po’ di tempo in più (fino al 3 ottobre 2016) per «fornire un piano che definisca quali misure la banca possa adottare per ridurre il rapporto tra il totale delle sofferenze e il totale dei crediti (Npl ratio) al 20% nel 2018». Oggi quel rapporto a Siena è pari al 34%, tra i più elevati in Europa.
Il management guidato da Fabrizio Viola ha tempo di presentare le proprie repliche alla Bce entro l’8 luglio 2016, e risulta che giovedì 7 sia in agenda a Siena un cda che farà il punto sulla vicenda, per approntare la replica e attendere le cifre finali della “dieta sofferenze” francofortese. Tutti gli astri si allineeranno il 29 luglio, giorno in cui Mps ha in calendario anche l’esame dei conti semestrali – sembra che le principali dinamiche siano in miglioramento rispetto a fine marzo – e in cui aspetta l’esito degli stress test dell’autorità di regolazione londinese Eba. Proprio da una tornata di stress test Eba, cinque anni fa, aveva cominciato a scricchiolare la passata gestione. Anche in questo caso sembra che l’esito da attendersi sia negativo, perché i criteri utilizzati dai regolatori londinesi per “stressare” i conti Mps 2015 sono poco comprensivi della fragilità di una banca in ristrutturazione da un quadriennio. Proprio per questo anche ieri sono continuati i confronti della “cabina di regia” romana, che riunisce i funzionari del governo, delle autorità e della Cassa depositi.
C’è in tutti i protagonisti attivi sul dossier la volontà di dare un segnale forte entro la fine di luglio, per evitare alla banca di Rocca Salimbeni nuovi scossoni che potrebbero avere pesanti conseguenze (con la nuova direttiva Brrd in vigore da gennaio la Bce può invocare la “risoluzione”, sorta di fallimento ordinato che coinvolge nelle perdite azionisti, obbligazionisti e i correntisti più ricchi). Tuttavia dopo numerose riunioni ancora non si trova la quadratura tecnica dell’operazione, che potrebbe vedere Atlante comprare una dose di crediti malati da Mps. A questo fine però servirebbe ricapitalizzare il fondo consortile fino a 5 miliardi, e iniettare altri 3 miliardi nella banca di Siena. Se il “sistema” non trova presto quei fondi, e la pressione non cala, nel governo l’idea di rompere le arcigne regole europee sui salvataggi bancari potrebbe fare proseliti.

Andrea Greco

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