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L’ultima volta di Mario Draghi “Il futuro? Chiedete a mia moglie”

«Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza». All’ennesima domanda sull’eredità più importante dei suoi otto anni di presidenza della Bce, sua moglie Serena ha citato ironicamente Manzoni, cingendo il marito Mario in un breve e affettuoso abbraccio. Un istante dopo, un sorridente Draghi ha abbandonato il piccolo brindisi d’addio con i giornalisti lasciandoli a bocca asciutta. Neanche negli ultimi minuti alla Bce, l’ex governatore della Banca d’Italia ha ceduto alla sua proverbiale tendenza al basso profilo e al mutismo su certe questioni.
Eppure, durante la conferenza stampa ci avevano provato in una mezza dozzina a formulare l’altro, ovvio interrogativo: cosa farà in futuro? E lui, invariabilmente «chiedete a mia moglie». Anche se a chi lo incalzava più specificamente se escludesse un futuro nella politica italiana, anche al Quirinale, Draghi ha risposto «non lo so». In ogni caso, rispondendo alle continue critiche della Germania, Draghi ha sottolineato che «se c’è una cosa di cui sono orgoglioso è aver sempre rispettato il mio mandato». Nessun rimpianto, insomma. Così, la lezione che si è sentito di trasmettere alla sua erede, Christine Lagarde, è: «Mai gettare la spugna».
L’ex governatore della Banca d’Italia ha sempre escluso categoricamente un coinvolgimento nella politica italiana. Tutti i tentativi di tirarlo per la giacchetta sono falliti. Draghi detesta l’idea di venire strumentalizzato da un partito o da un altro. Certo, cosa diversa è la presidenza della Repubblica, la più alta carica dello Stato e il più nobile ruolo in Italia che si possa ricoprire. Nel caso dell’italiano più importante nel mondo sarebbe il dovuto coronamento di una carriera dedicata alle istituzioni. Ma le variabili in campo sono talmente tante — a cominciare dalla composizione del Parlamento che eleggerà il prossimo Capo dello Stato — che ogni discussione sul futuro di Draghi è come quella sul sesso degli angeli.
Draghi, però, non ha rinunciato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa. A chi gli chiedeva se avesse intenzione di restituire l’elmo prussiano che gli aveva regalato otto anni fa la tedesca Bild , il presidente della Bce ha risposto con un detto tedesco: «Geschenkt ist geschenkt », un regalo è un regalo.
Sulla sua eredità è sufficiente leggere in filigrana qualche risposta per capire invece quanto fosse importante per Draghi lasciare una Bce unita. E dopo la riunione di settembre che aveva schierato una mezza dozzina di governatori contro un taglio dei tassi sui depositi e un riavvio così veloce del QE, l’acquisto di titoli privati e pubblici, l’italiano ha ribadito più volte che il Consiglio direttivo ha preso atto che quelle misure si sono rivelate giuste. Il mantenimento delle attuali politiche monetarie è stato votato ieri «all’unanimità», ha voluto sottolineare.
Secondo indiscrezioni, però, uno dei motivi che a settembre avrebbero schierato all’opposizione persino i due francesi, Benoit Coeuré e François Villeroy de Galhau, è che la proposta del capo economista Philip Lane oscillava tra 15 e 20 miliardi, e che Draghi avrebbe un po’ frettolosamente chiuso la discussione optando per l’opzione più indigesta per i falchi, suggerita fra gli altri dal governatore italiano Ignazio Visco. Infine, alla sua erede Lagarde, notoriamente geniale nella comunicazione ma poco avvezza alla penitenziale austerità francofortese, Draghi ha consigliato: «Sì a una comunicazione aperta e più ampia, ma va fatta con cautela quando si sconfina nella politica».

Tonia Mastrobuoni

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