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L’ultima carta di May è un referendum bis

Forse il suo vestito “blu Europa”, come quello indossato all’ultimo Consiglio Ue, era solo un caso. Fatto sta che ieri Theresa May, parlando dal centro congressi Price Waterhouse Cooper a pochi metri da Westminster, per la prima volta ha ammesso l’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit. È l’ultima, disperata carta per far passare in cambio il suo accordo in Parlamento: sinora la premier non aveva mai ceduto su questo punto.
Eppure il suo “rischiatutto” non sembra aver funzionato. Anzi, ha scatenato l’effetto opposto. Almeno cinquanta dei colleghi conservatori, tra cui molti ribelli che di recente si erano riavvicinati alla premier britannica, già ieri sera giuravano che non voteranno mai questo azzardo. L’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit, che secondo la strategia della premier sarebbe messo ai voti in Parlamento addirittura prima del suo accordo con l’Ue ad esso legato, ha spaventato una gran fetta del suo partito, da sempre contraria. Non solo: molti tories si sono infuriati anche per una seconda apertura di May alle opposizioni, e cioè un’unione doganale temporanea con l’Ue fino a quando non si risolverà la vicenda del confine irlandese. Sacrilegio per gli euroscettici conservatori e non solo: “Mani legate, saremo schiavi di Bruxelles”, eccetera.
La mazzata finale a May gliel’ha data Jeremy Corbyn, che quando c’è da essere politicamente sanguinario dà il meglio di sé. L’apertura di May sul secondo referendum sulla Brexit, dopo settimane di inutili negoziati bipartisan, avrebbe del resto un secondo fine avvelenato: dilaniare i laburisti, da tempo spaccati sulla possibilità di una nuova consultazione popolare, mettendoli di fronte al bivio del secondo referendum sul nuovo piano Brexit di May, una volta approvato. Ma il leader Labour ha subito soffocato il tentativo della premier: «Non voteremo questo accordo riciclato che non prevede l’unione doganale permanente, né la protezione dei lavoratori e altre cose a noi care». Fine.
Eppure May, nel suo accorato discorso, aveva invocato la nobiltà del compromesso politico per portare a compimento questa estenuante Brexit: «Io vi sono venuta incontro, adesso tocca a voi», rivolgendosi ai parlamentari di ogni partito. Ma oramai qui a Londra non pare più tempo di compromessi. Perché May sembra soffrire sempre più della stessa sindrome di Corbyn sulla Brexit, ossia un’insipienza politica, un’ambiguità fatale che invece di avvicinare le parti, scontenta tutti, europeisti ed euroscettici. E poi perché da tempo, in questo psicodramma politico, la Brexit sta estremizzando ogni posizione, alla vigilia di surreali elezioni europee nel Regno Unito a ben tre anni dal referendum che ha sentenziato l’uscita dall’Ue (elezioni che verrebbero poi revocate, insieme ai deputati britannici eletti nell’aula di Strasburgo, qualora ci fosse un accordo tra Londra e l’Unione sulla Brexit, rimescolando così il Parlamento europeo). Anche per questo Nigel Farage, con il suo Brexit Party, vola verso il trionfo, nonostante le polemiche sulle oscure origini delle microdonazioni ricevute sotto le cinquecento sterline (pur legali) e il secondo, misterioso, ricchissimo stipendio da oltre 400mila euro, ora sotto inchiesta Ue, che gli ha pagato sino a poco tempo fa l’amico e controverso finanziere eurofobico Arron Banks, da tempo sospettato di legami con la Russia. Anzi, l’apertura di May a un secondo referendum non farà altro che gonfiare ancora di più la presunta “purezza” di Farage sulla Brexit, regalandogli probabilmente altri voti.
Vista l’aria che tira, non è escluso dunque che la premier britannica possa rinunciare a presentare in Parlamento questo ultimo disperato piano Brexit a inizio giugno, quando il presidente americano Trump in visita camminerà sulle macerie politiche di una leader che ha spesso detestato. Forse ora le annunciate dimissioni di May subiranno un’accelerazione. A quel punto, i conservatori sceglieranno un nuovo leader, con tutta probabilità euroscettico come Boris Johnson per tappare l’emorragia degli elettori verso il Brexit Party. Il banco dei negoziati con l’Ue potrebbe facilmente saltare. E allora un No Deal, una durissima uscita di Londra senza accordo dall’Ue, sarà sempre più probabile alla nuova scadenza del 31 ottobre prossimo, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, per tutti. Altro che secondo referendum.

Antonello Guerrera

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