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L’Ue studia il sistema australiano per far pagare le news ai Big Tech

La direttiva sul copyright non basta, il Parlamento europeo sta valutando gli strumenti per dare agli editori un peso contrattuale maggiore, per farsi pagare le notizie, nei confronti dei Big Tech, come Google e Facebook, prendendo a esempio quello che sta facendo in merito l’Australia. La strategia, anticipata ieri dal Financial Times, è quella di modificare in sede parlamentare il Digital Services Act (Dsa) e il Digital Market Act (Dma) presentati a dicembre dalla Commissione per tutelare il mercato Ue e i diritti dei consumatori.

«Con la loro posizione di mercato dominante nella ricerca, nei social media e nella pubblicità, le grandi piattaforme digitali creano squilibri di potere e beneficiano in modo significativo dei contenuti delle notizie», ha spiegato al quotidiano della City l’eurodeputato maltese Alex Saliba, membro della commissione per il Mercato interno e la protezione dei consumatori e relatore in ottobre del primo rapporto del Parlamento Ue sul Digital Services Act, poi presentato due mesi dopo dall’esecutivo comunitario. «Penso che sia giusto che restituiscano un importo equo», ha aggiunto Saliba osservando che l’approccio australiano a Google e Facebook è riuscito a far fronte «agli squilibri acuti del potere contrattuale con gli editori».

La mossa europea non sarebbe indolore. Il FT ha ricordato che Google ha già minacciato di lasciare l’Australia per protestare contro la legge che la forzerà a pagare le notizie, mentre Facebook ha detto che potrebbe impedire agli australiani di condividerle se la legge passerà nella sua forma attuale. Gli europarlamentari che stanno lavorando sulle due proposte della Commissione, il Digital Services Act e il Digital Market Act, hanno detto al Financial Times che le leggi potrebbero essere modificate dal Parlamento Ue per includere aspetti delle riforme australiane come l’opzione di arbitrato vincolante per accordi di licenza e la richiesta alle società tecnologiche di informare gli editori sulle modifiche al modo in cui classificano le notizie sui loro siti. Su come intervenire c’è ancora confronto tra i deputati europei. «Mentre cresce il sostegno per le misure in stile australiano — riferisce il Financial Times — i deputati sono più divisi sul modo migliore per introdurre tali riforme e se sia meglio aspettare che l’impatto della revisione del copyright diventi chiaro».

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