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L’Ue: Italia, buco da 5 miliardi fate una manovra bis a maggio

«La Commissione europea invita le autorità italiane a prendere le misure necessarie ad assicurare il rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita». Ecco la manovra bis che si materializza. La correzione sarà di almeno 5,1 miliardi, vale a dire lo 0,3% del Pil. Ma non per l’immediato, bensì per maggio. A carico del prossimo governo. Oggi è il giorno della pagella europea sui conti pubblici italiani, questa volta accompagnata da una lettera politica nella quale Bruxelles chiederà all’esecutivo Gentiloni di impegnare il Paese, a prescindere da chi lo guiderà dopo le elezioni, a correggere il deficit per abbassare il debito pubblico. Se così non sarà, se il prossimo inquilino di Palazzo Chigi rifiuterà le prescrizioni europee, allora scatterà la procedura d’infrazione con una parziale perdita di sovranità in politica economica per Roma.
Ieri sera si stavano ancora limando i testi per i ventisette Paesi dell’Unione, in particolare quello sull’Italia che oggi occuperà parte delle discussioni. L’opinione sui nostri conti, ovvero la pagella, evidenzierà due diversi buchi che spingeranno Bruxelles ad affermare che l’Italia è « a rischio di non rispettare le regole europee » per via di uno scostamento rispetto agli obiettivi previsti per ridurre il debito. Il primo, per il 2017, con circa 1,7 miliardi ( 0,1% del Pil) che mancano all’appello per centrare l’obiettivo di risanamento imposto dalle regole Ue. Il secondo, per il 2018, è di 3,5 miliardi ( 0,2% del Pil). Nonostante i conti non tornino, però, Bruxelles deciderà di non aprire subito la procedura di infrazione, rinviando il suo giudizio finale a maggio. Scelta presa direttamente dal presidente Juncker per non entrare a gamba tesa in campagna elettorale magari danneggiando un governo europeista e dando fiato ai populisti. Per questo Bruxelles oggi loderà le riforme, sottolineando la solidità della ripresa e le misure per ridurre i crediti deteriorati in pancia alle banche.
Ma la pazienza della Commissione è agli sgoccioli. L’Italia dopo le massicce dosi di flessibilità ottenute negli ultimi anni per il 2018 ha incassato un nuovo corposo sconto sul risanamento, con l’ok a ridurre il deficit strutturale dello 0,3% del Pil anzichs dello 0,6%. Impegno però non mantenuto da Roma che secondo l’esecutivo comunitario con la manovra 2018 al momento in discussione in Parlamento si fermerà a una correzione dello 0,1% (da qui il buco di 3,5 miliardi che si somma a quello da 1,7 del 2017). Per questo Juncker ha deciso di accompagnare la pagella sui conti con una lettera nella quale ricorderà la situazione, anche per spiegarla chiaramente al Paese in una sorta di operazione trasparenza, e chiederà al governo in carica garanzie sulla correzione. Sostanzialmente ingiungerà di impegnare l’Italia,
In arrivo la pagella e la lettera al governo Secondo Bruxelles mancano 1,7 miliardi e altri 3,5 nel 2018
sulla Legge di bilancio in Parlamento, ma contemporaneamente lancia un ultimo avviso prima di passare alle maniere forti per far scendere il debito, che fino al 2019 rimarrà sopra al 130% del Pil. Lettura confermata da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione. Intervistato dall’Ansa ha ricordato: « Il debito italiano resta fonte di vulnerabilità, è il secondo più elevato dopo non l’attuale esecutivo, a fare quanto prescritto a prescindere da chi vincerà le elezioni. Bruxelles non indicherà la cifra esatta della correzione, che sarà stabilita più avanti a seconda dell’andamento dei conti, ma come minimo dovrà a coprire il buco da 5,1 miliardi. Così Bruxelles vuole dare un’ultima apertura di credito al governo, mira ad aiutare Padoan a respingere l’assalto alla diligenza
la Grecia ed è un grande costo per l’economia pari al 3,8% del Pil nel 2017 e al 3,6% nel 2018. Al momento viviamo in un ambiente di tassi bassi, ma se c’è un cambio nella politica monetaria, se l’inflazione risale, questo si somma ai costi e può essere fonte di instabilità. Perciò è importante usare questa congiuntura economica per far scendere il debito».

Alberto D’Argenio

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