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L’Ue è diventata un male necessario ma il partito anti-euro sale al 25%

I PARTITI della sinistra radicale, per primi, da sempre ostili all’Europa delle banche e dei mercati. Riserve verso l’euro, d’altronde, sono state espresse, di recente, anche da Tremonti. Mentre Berlusconi non ha mai esitato a esprimere diffidenza, al proposito. Il nostro non è il solo Paese dove sia diffuso l’euroscetticismo. Un orientamento in rapida espansione dovunque. Tuttavia, fino a dieci anni fa, l’Italia è stato il Paese più europeista d’Europa. Fin dal referendum consultivo del 1989, quando l’88% dei votanti approvarono il mandato costituente al Parlamento europeo. Ma ancora nel 2004, nonostante i malumori suscitati dagli effetti dell’Euro (introdotto nel 2001), gli italiani confermavano il loro sostegno all’Europa in misura molto superiore agli altri Paesi (indagine Fondazione Nord Est, 2004). Un atteggiamento giustificato, in primo luogo, dalla sfiducia nello Stato e nella classe politica nazionale. Gli italiani: preferivano farsi commissariare da Bruxelles — o da Strasburgo — piuttosto che farsi governare da Roma. Oggi non è più così. L’indice di fiducia nella Ue, infatti, in Italia è fra i più bassi d’Europa (Eurobarometro, maggio 2012). Si tratta dell’esito di una discesa costante (sondaggi Demos). Dal 57% nel 2000, vigilia dell’avvio dell’euro, il sentimento europeista ripiega, negli anni seguenti. Nel 2006 è già sceso al 52%. Ma crolla, letteralmente, negli ultimi due anni, in seguito alla crisi finanziaria globale. Fino ad attestarsi al 36%
attuale. La scelta di voto influenza questo orientamento più ancora della posizione dei partiti sull’Europa. Il maggior grado di euroscetticismo, infatti, si rileva nella “vecchia” maggioranza di centrodestra. Fra gli elettori della Lega, anzitutto, ma anche fra quelli del Pdl e del Fli. Affiancati, peraltro, dagli elettori dell’IdV. Il livello più elevato, invece, è espresso dagli elettori del Pd (unico partito davvero europeista) e dell’Udc. Ma anche da quelli di Sel. Mentre l’orientamento della base del M5S non si discosta molto da quello della popolazione. Naturalmente, il calo del consenso verso la Ue è ampiamente comprensibile. E giustificato. Come nei confronti dell’euro. Una moneta senza Stato. In un contesto, l’Unione europea, che appare, sempre meno, “unione”. E, sempre più, “tavolo di concertazione” tra governi. Alcuni dei quali contano molto più degli altri. Più che euroscettici, gli italiani oggi appaiono euro-delusi. Avevano nutrito tante — fin troppe — attese. E oggi si ritrovano con risultati molto inferiori alle previsioni più pessimistiche. Così l’Europa ha cessato di presentarsi come la “casa comune” a cui pensavano i padri fondatori. Ma non appare neppure un “mercato comune”, associato a un sistema di mutuo soccorso. La prospettiva che, realisticamente, aveva alimentato il consenso dei cittadini. Così l’europeismo degli italiani si è raffreddato. Fino a divenire gelido. Per alcuni attori politici si è, anzi, trasformato in un “campo di battaglia”. Sul quale sfidare il governo e gli altri partiti. Per allargare il proprio consenso, in parallelo al dissenso verso la Ue. Il fatto è che il declino del sentimento europeo ed europeista non procede in parallelo con il recupero di credibilità della classe politica. Al contrario. Anzi, visto che la fiducia verso i partiti è scesa intorno al 4% e verso il Parlamento al 10%, quel 36% di italiani che dichiara confidenza verso la Ue appare altissimo. Così si spiega perché, nonostante tutto, la maggioranza degli italiani continui a considerare l’Unione e la moneta europea con favore. O almeno: con minore sfavore rispetto alle altre istituzioni politiche ed economiche — “nazionali”.
In particolare, circa il 39% degli elettori (intervistati da Demos, settembre 2012) ritiene che l’euro abbia comportato solo complicazioni alla propria vita. Solo il 13%, invece, che l’abbia migliorata. Ma la maggioranza, il 47%, pensa che si tratti, comunque, di un “male necessario”. Il “male minore”. Lo stesso atteggiamento si osserva di fronte all’Unione europea. Circa un elettore su quattro pensa che uscirne sarebbe “meglio”. Una porzione rilevante, ma comunque nettamente minoritaria. Meno della metà di quanti pensano il contrario. Cioè, che le cose andrebbero “peggio” (quasi il 50%). Si delinea così un paradosso apparente. La Ue e l’euro non piacciono. Sono considerati con crescente disincanto. Tuttavia, la maggioranza degli italiani non intende farne a meno. Perfino tra gli elettori della Lega, d’altronde, prevalgono quanti ritengono che uscire dalla Ue sarebbe peggio. Mentre fra gli elettori dell’Idv quelli che temono la defezione dall’Europa sono quasi il doppio rispetto agli altri. Una spiegazione “politica” di questo orientamento emerge osservando come la fiducia nella Ue cresca in parallelo con quella nei confronti del presidente Napolitano e del governo Monti.
Ciò è coerente con il programma del premier. Definito in stretto accordo con la Commissione e con la Banca europea. Tuttavia, l’atteggiamento degli elettori verso la Ue e l’euro, al fondo, rammenta quello verso il governo tecnico. Gli italiani, infatti, sostengono — in maggioranza — il governo Monti anche se non ne apprezzano le scelte. Perché lo considerano, comunque, una medicina amara ma necessaria. Per non andare incontro a mali peggiori. Lo stesso avviene per la Ue e l’euro. Realtà sgradite ma accettate, al tempo stesso. Perché farne a meno appare, ai più, un rischio ancor più grande.
Monti e la Ue, nella percezione degli italiani, risultano, così, uniti da un comune sentimento. L’euromontismo. Che spinge ad accettare l’euro, l’Europa e, insieme, Monti, anche se non piacciono. Per necessità. Con rassegnazione. Convinti che “con loro” si stia male. Ma “senza”
sarebbe molto peggio.

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