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L’Ue decide sulla fusione Lse-Refinitiv Ipotesi diktat su Borsa Italiana

Scade la settimana prossima, lunedì 22 giugno, il periodo di indagine preliminare che la Commissione europea ha aperto sull’operazione di acquisizione del valore di 27 miliardi di dollari che il London Stock Exchange Group ha lanciato nei confronti della società americana Refinitiv. In ballo c’è il futuro di Borsa Italiana, società del gruppo Lse, che potrebbe essere oggetto dei negoziati tra Londra e Bruxelles in vista di un eventuale benestare comunitario.

L’operazione è stata notificata a Bruxelles a metà maggio e dettagliata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 25 maggio, giorno in cui l’antitrust europeo ha dato 10 giorni ai terzi interessati per presentare eventuali osservazioni. Il presidente di Lse David Schwimmer ha spiegato più volte che vorrebbe chiudere l’acquisizione nella seconda metà del 2020. Mentre il London Stock Exchange è attivo nella gestione di mercati finanziari, Refinitiv raccoglie e gestisce dati.

Come detto, lunedì scade il termine entro il quale Bruxelles deve dire la sua. Può decidere in questa circostanza di dare il suo accordo, oppure aprire una nuova indagine, questa volta più approfondita, della durata di quattro mesi. È pressoché scontata la seconda ipotesi, vista la complessità dell’operazione e i rischi antitrust. Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, Borsa Italiana è tra le attività che Lse potrebbe essere costretta a dismettere pur di ottenere il benestare comunitario.

Interpellato ieri, un portavoce della Commissione europea ha preferito non commentare, a ridosso della scadenza del 22 giugno. Il Lse Group è una società attiva in cinque settori: gli indici, il clearing, i servizi post-trading, la tecnologia finanziaria e la gestione dei mercati finanziari. Borsa Italiana fa parte di quest’ultimo settore, che da solo rappresentava nel 2019 il 18% delle entrate del gruppo, per un totale di 426 milioni di sterline (vale a dire circa 470 milioni di euro).

Per completezza, una altra società italiana attiva nei servizi post-trading, Monte Titoli, appartiene anch’essa al Lse Group. Questo ambito pesa per il 7% del totale delle entrate del gruppo britannico (152 milioni di sterline, 170 milioni di euro). Dal canto suo, Refinitiv, che appartiene per il 45% a Thomson Reuters, ha registrato nel 2019 ricavi per 6,2 miliardi di dollari, secondo fonti di stampa. Agli occhi della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager la gestione dei dati è una nuova sfida dell’antitrust.

Da due decenni, le Borse europee sono oggetto di un mercanteggiamento non solo economico, ma anche politico. Fin dalla nascita dell’euro, si è posto il problema di come integrare i mercati azionari. Il confronto è stato tra due potenziali poli: Francoforte e Parigi. La concorrenza è diventata ancora più forte con l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Privatizzata nel 1997, Borsa Italiana appartiene dal 2007 al Lse Group dopo essere stata nel mirino sia di Parigi che di Francoforte.

Secondo fonti di stampa, la maggioranza che sostiene il governo Conte sta valutando se rinazionalizzare la società, nel caso il Lse Group fosse costretto a vendere Borsa Italiana. Alcuni osservatori fanno notare che la presenza della mano pubblica nella gestione dei mercati potrebbe essere legittima alla luce dell’instabilità finanziaria provocata dalla liberalizzazione in questi decenni. Al tempo stesso, il processo di integrazione della zona euro presuppone alleanze europee tra Borse.

Sempre sul fronte finanziario, ieri il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il regolamento comunitario dedicato alla tassonomia. Si tratta di una speciale classificazione che deve servire a valutare la bontà ecologica di singoli strumenti finanziari e di singole attività economiche. L’obiettivo è di contribuire a rendere l’Unione europea un continente neutrale da un punto di vista climatico entro il 2050.

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