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L’Ue e il dopo Brexit Merkel e May: riforme a bassa temperatura

Un piano di risposta immediata alla Brexit non lo aveva il governo del Regno Unito. Ma non lo aveva e non lo ha nemmeno il resto dell’Europa, i 27 che rimangono nella Ue. Quasi un mese dopo, risulta evidente che il 23 giugno, giorno del referendum britannico, c’erano molte dita incrociate ma zero preparazione. Da allora, sul Continente non sono stati fatti molti passi avanti. Moltissimo è cambiato nei fatti. Ma sembra che i governi siano per lo più in confusione. E divisi.

Incontri & scontriLa domanda, come sempre, è: cosa pensano e cosa vogliono Angela Merkel, Wolfagang Schäuble e il governo tedesco? Di base, non correre. Prendere tempo affinché, dopo lo choc, le idee sul cosa fare assumano una forma. Che tipo di rapporto stabilire con la Gran Bretagna fuori dalla Ue sarà essenziale. Merkel e Theresa May hanno tutte le caratteristiche per andare d’accordo: pragmatismo e sobrietà le uniscono. Ma hanno anche obiettivi diversi. La primo ministro britannica chiede tempo prima di aprire le trattative sulla nuova relazione tra le due sponde della Manica: la cancelliera è pronta a darglielo ma nei limiti, pensa che l’apertura del negoziato non possa essere trascinata fino a dopo le elezioni in Germania, nell’autunno 2017, come a Londra qualcuno spera. Nell’attesa, Berlino ha chiarito che punta a una partnership forte, ma che non è pensabile che la Ue decida del suo futuro sulla base delle esigenze britanniche. Sarà un negoziato duro, quando inizierà.

Sul piano interno all’Unione Europea, l’obiettivo di tutti i governi è evitare che la Brexit diventi un modello di esaltazione per le forze anti-Ue che ci sono in un po’ tutti i Paesi. Berlino ritiene che al momento non ci siano altri sulla porta di uscita. Ma ritiene anche che una serie di cose debbano cambiare nel Continente. L’idea prevalente nel governo tedesco è che occorra mettere da parte i discorsi e le visioni sull’unione politica e di bilancio dell’Europa e concentrarsi su cose concrete per i cittadini. Con un rafforzamento del ruolo degli Stati rispetto a quello della Commissione di Bruxelles.

Una prima conseguenza di questo approccio è la sostanziale fine delle speranze di firmare in tempi brevi la partnership commerciale e di investimento Ttip, in discussione con gli Stati Uniti. A parole, Merkel ne è la prima sostenitrice. Nei fatti, la cancelliera ha preso atto che molti cittadini tedeschi non la vogliono, che i suoi alleati di governo socialdemocratici sono contrari, che il governo francese ha dato per morte le trattative e che anche i due presunti candidati alla presidenza americana, Hillary Clinton e Donald Trump, non hanno intenzione di sostenerla. Senza fare dichiarazioni ufficiali, Berlino ha quindi in pratica liquidato la faccenda: approfittando del trattato con il Canada (Ceta) ha imposto di fare votare ogni accordo commerciale non dal voto unico dei ministri del Commercio e dal Parlamento europeo ma da tutti i parlamenti nazionali. Il che significa la morte quasi certa di ogni trattato. Per qualche anno non se ne parlerà.

Cercando flessibilitàBerlino si rende conto che, in questa fase di crisi e di disorientamento, in alcuni Paesi le difficoltà sono maggiori che in altri. E che quindi una certa flessibilità è necessaria. Nessuno ha però stabilito quanta. Nell’incontro tra Merkel, François Hollande e Matteo Renzi subito dopo il referendum britannico, per la prima volta la cancelliera ha parlato della necessità di avere più investimenti in Europa e del dovere affrontare la disoccupazione e il disagio giovanili. Un’attenzione, dunque, al Sud del Continente, dove la quota di ragazzi senza lavoro è al 40% e oltre. Soddisfazione diplomatica di Parigi e Roma. Ma per ora solo diplomatica: si tratta di dare gambe alle dichiarazioni e questo si farà al vertice Ue di Bratislava, a ottobre, quando si discuterà anche di sicurezza e rifugiati. Per ora, non è chiaro a quali compromessi siano disposti ad arrivare i tedeschi. Situazione simile sul versante delle banche. Berlino non vuole una crisi, in Italia o altrove. Si oppone, però, a soluzioni complessive che vadano contro, o sospendano per un certo periodo, le nuove regole che l’Europa si è data dopo il 2008 per separare le crisi bancarie da quelle del debito degli Stati, quindi le norme sugli aiuti pubblici e sul bail-in. Schäuble non è contrario a soluzioni caso per caso, mirate a evitare che le difficoltà di una banca diventino un problema per tutto il sistema: usando le flessibilità previste dalle regole. Ma ritiene (e con lui molti in Europa) che l’Eurozona non possa rinnegare alla prima occasione la normativa che ha costruito in questi anni proprio per rendere meno sistemiche le crisi.

L’impostazione tedesca – prudente, non emergenziale, a bassa temperatura, tutta fondata sul pragmatismo – solleva dubbi e opposizioni. In Germania e in Europa. Francia e Italia hanno idee diverse, sia sul ruolo della Commissione Ue sia sul grado di flessibilità da usare oggi. Questo sarà il confronto dei prossimi mesi nel Vecchio Continente: un grande piano o tanti piccoli passi?

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