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L’Ue a caccia di fondi pensione

Il piano Juncker prende forma, dopo la prima discussione tra i ministri dell’economia riuniti ieri a Bruxelles. Priorità ai progetti finanziati dai privati, barriera verso le ingerenze dirette delle cancellerie europee grazie a un sistema di governance a «due strati», invito agli Stati di utilizzare l’approccio «value for money», già sperimentato nel Regno Unito per le partnership pubblico-privato e il project financing. Una variante sofisticata del calcolo costi-benefici, raccomandata, per esempio, dalla Banca europea degli investimenti quando fondi pubblici e privati concorrono a realizzare infrastrutture. Tiene conto del vantaggio che la produzione di un bene da parte dei privati ha per il committente pubblico, ma include il rischio per gli investitori. Una modalità per misurare rischi, ridurre i costi e velocizzare l’avvio del progetto che consente alle amministrazioni di trovare il modo più facile e efficace per finanziare iniziative con soldi non pubblici – dati i limiti di bilancio. Una delle chiavi, quella del value for money, per attrarre capitali privati e «pazienti» sul lungo termine, per esempio fondi pensione o investitori stranieri. Sono anche questi nell’obiettivo dell’Esif, il fondo strategico targato Banca europea degli investimenti (Bei) e Commissione Ue lanciato dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker per smuovere la stagnante economia europea.

La settimana prossima il piano sarà esaminato dai capi di Stato europei nel Consiglio Ue del 18 e 19 dicembre, che daranno mandato alla Commissione di produrre una proposta di regolamento nei primi giorni del nuovo anno, con l’obiettivo di mobilitare nuovi investimenti già a partire da giugno 2015. Priorità a progetti «praticabili, sostenibili e da realizzare in poco tempo», ha sintetizzato il presidente della Bei Werner Hoyer. Settori privilegiati: infrastrutture, energia, digitale e piccole e medie imprese.

I ministri dell’economia Ue hanno discusso il rapporto sui 2000 progetti, per un totale di 1,3 trilioni di euro, che gli Stati hanno presentato alla Commissione nelle settimane passate. E degli «esempi illustrativi», in cui l’Italia compare con oltre 40 proposte, soprattutto su energia e trasporti. C’è anche la realizzazione di tratti della Salerno-Reggio Calabria. Il punto è che questi esempi non saranno per forza finanziati. Dalla prima discussione sui progetti è emersa una differenza di orientamento tra gli stati. I nuovi membri vorrebbe usare lo stesso approccio dei piani di coesione, con forte orientamento geografico nella selezione dei progetti finanziabili. Altri, come il Regno Unito, la Germania, la Francia avvertono che l’approccio va totalmente ribaltato confermando l’orientamento a non selezionare progetti con capitale interamente pubblico, e a non prevedere quote per paesi o per aree geografiche. Il ruolo degli Stati diventa importante, invece, a monte. Secondo le raccomandazioni del rapporto le p.a. dovrebbero avere una strategia di investimenti a lungo termine e promuovere l’uso di strumenti finanziari innovativi, soprattutto nell’ambito dei fondi strutturali Europei. E poi c’è il già accennato approccio «value for money». Un sistema che fonti Ue, sulla scorta dell’esempio britannico, definiscono «complicato da far partire» anche a causa della diffidenza dei privati verso le amministrazioni pubbliche. Si deve poter contare su una p.a. capace di analisi dei rischi e di monitorare il risultato degli investimenti, e facendo attenzione a non «spaventare gli investitori». Ovvero a tenere fuori la politica, anche quella degli Stati, e le prerogative geografiche care ai paesi dell’Europa centro-orientale. L’Esif dovrebbe quindi funzionare con una governance a due livelli. Un primo organismo formato da Commissione e Bei, che si occuperanno delle linee guida e delle indicazioni strategiche. Ma a selezionare i progetti sarà anche un secondo organismo, con consulenti privati esperti dei vari settori. I progetti, selezionati e in cerca di investitore, saranno accessibili a tutti attraverso un sistema di database a livello Ue e nazionale. Una trasparenza che la Commissione Ue pensa abbia un fondamentale valore economico, offrendo una vetrina ai progetti, metterli tutti insieme e renderli consultabili e disponibili da un unico punto di accesso. Per vendere, in un certo senso, il marchio Europa.

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