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L’ottimismo di Mr Brexit “Abbiamo fatto progressi la Ue deve riconoscerlo”

«Non rischiate i grandi numeri per i piccoli numeri». È il monito di David Davis all’Unione Europea, nel giorno in cui comincia un summit decisivo per il negoziato sulla Brexit. Il messaggio del capo-negoziatore britannico è chiaro: per portare via un po’ di business alla City, l’Europa rischia di compromettere l’import-export da centinaia di miliardi di euro l’anno attraverso la Manica. Ma il 68enne ministro per la Brexit, in questa intervista con i giornali del Gruppo Lena fra cui
Repubblica, appare fiducioso che un’intesa alla fine verrà raggiunta: «Per lasciarci da amici, restando alleati». Figlio di una ragazza madre, arruolato nei commandos delle Sas per finanziarsi agli studi, deputato conservatore da 30 anni, Davis ricorda che «un buon negoziatore produce benefici per entrambe le parti ».
Cosa si aspetta dal summit Ue?
«Credo che Barnier vorrebbe ricevere più margine di manovra: finora ha avuto un mandato piuttosto stretto. Ci piacerebbe che cominciasse a parlare della fase di transizione e delle nostre future relazioni. Vediamo cosa uscirà. Risponderemo positivamente».
Uscirà che non sono stati fatti progressi sufficienti nella trattativa.
«Speriamo che si riconoscano almeno progressi significativi. Rispetto agli standard dei negoziati europei, questo va alla velocità della luce. Abbiamo risolto quasi tutto sui diritti dei 3 milioni di cittadini della Ue residenti in Gran Bretagna e del milione di britannici residenti in Europa. Sul confine irlandese abbiamo fatto tutto il progresso possibile prima di affrontare questioni che dipendono dal futuro delle relazioni fra Regno Unito e Ue. E il summit dovrebbe riconoscere che Theresa May ha fatto un passo importante nel discorso di Firenze».
Il presidente del parlamento europeo Tajani definisce “una miseria” i 20 miliardi promessi da May al bilancio della Ue nel discorso di Firenze. E cita come cifra più realistica 50-60 miliardi.
«È un negoziato e vogliamo risolverlo in modo da rispettare i nostri obblighi internazionali. Ma non do numeri. Ricordate il detto: non c’è accordo su niente finché non c’è accordo su tutto. Noi pensiamo che siano stati fatti progressi. E cerchiamo di essere costruttivi, perché vogliamo lasciarci da amici, restando alleati».
È vero che Germania e Francia hanno una linea più dura di altri?
«Noi vogliamo che i 27 negozino insieme: non possiamo condurre 27 negoziati separati. E nemmeno 3 o 4. Ma è inevitabile che Paesi diversi abbiano diversi interessi. Per esempio, Polonia e Lituania hanno un gran numero di propri giovani che lavorano qui. L’Italia ha tanta gente che è qui da più tempo: il ministro italiano Gozi mi ha espresso la preoccupazione che chi ha già ottenuto la residenza permanente non debba affrontare un secondo test. Ne abbiamo tenuto conto e abbiamo cambiato sistema. Basterà che mandino una foto recente e confermino il proprio status».
Uno scoglio è la futura giurisdizione della Corte Europea di Giustizia sui cittadini Ue in Gran Bretagna. Come superarlo?
«Concentrandoci sul motivo. La Ue chiede certezza per i futuri diritti dei cittadini europei. Perciò vogliamo creare un meccanismo in cui tutto quello che è riconosciuto in materia dalla Corte Europea venga incorporato nelle leggi britanniche».
Le richieste di residenza respinte a europei che vivono in Gran Bretagna da decenni non tranquillizzano… «Non fatemi parlare male di un altro ministero (quello degli Interni, ndr). Gli errori non hanno aiutato. Ma il sistema verrà semplificato ».
Vede un deliberato tentativo di rallentare i negoziati per attirare investimenti verso altre capitali europee?
«Non penso che sia deliberato. Certo ogni nazione fa i propri interessi. Non è un mondo di santi. È normale che ci sia competizione per portare via del business alla City di Londra. Ma fra 5 anni la City sarà ancora la capitale della finanza mondiale, anche se avrà perso qualcosa. Confrontiamo quella perdita con i 230-300 miliardi di euro l’anno dell’import- export fra Gran Bretagna e Ue. Non rischiate i grandi numeri per i piccoli numeri».
Ha ammesso che vi state preparando a una Brexit senza accordi: quanto è probabile?
«Non è probabile, è solo una remota possibilità. Un governo responsabile deve prepararsi a ogni evenienza. È come farsi l’assicurazione ».
Quando l’America vuole parlare con l’Europa, diceva Kissinger, non sa chi chiamare. Quando l’Europa vuole parlare con Londra, chi chiamare per sapere la vostra vera posizione sulla Brexit?
«Posso darvi il mio numero».
Grazie, ma non può negare che siete divisi.
«Lo ripetono in tanti. Ma se guardate alle nostre decisioni, dall’articolo 50 al discorso di Firenze, il governo le ha approvate tutte all’unanimità ».
E il giorno dopo il ministro degli Esteri Boris Johnson le contraddice.
«Siamo una democrazia. Dibattiamo su tutto. Io dibatto anche con me stesso. Il nostro parlamento non è un emiciclo: governo e opposizione siedono di fronte. Argomentiamo, lottiamo. Ma sulla sostanza della Brexit siamo uniti. Il resto è rumore».
Barnier è il suo negoziatore ideale?
«È un uomo franco, esperto e sono certo che vuole un risultato positivo. Ci unisce l’amore per la montagna, ecco il bastone che mi ha regalato. La montagna è una buona metafora, scoppia una tempesta, cadono rocce, ma per arrivare alla meta bisogna tenere l’occhio sull’orizzonte. Un buon negoziatore vuole un buon risultato per entrambe le parti».
Il suo training nei commandos l’aiuta a essere un buon negoziatore?
«Non ho mai ammazzato nessuno!»

Enrico Franceschini

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