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Lotta alla corruzione sulla carta

Il 14 aprile entrerà in vigore il decreto legislativo anticorruzione (dlgs 38/17), con alcune modifiche e aggiunte all’articolo 2635 del codice civile che hanno l’effetto di ampliare la portata del reato di corruzione tra privati. Si tratta di norme che recepiscono la decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio dell’Unione europea, a loro volta attuativa di diverse convenzioni internazionali.

Le nuove regole prevedono la possibilità di incriminare, non solo i vertici della società, ma tutti coloro che di fatto esercitano funzioni dirigenziali, anche se limitate ad alcuni ambiti societari. Non è più necessario che l’accordo illecito procuri un danno alla società. Inoltre viene punito anche l’istigazione alla corruzione, che si verifica quando la proposta di malaffare non viene accettata dalla controparte. Infine sono interessate non solo le società commerciali ma tutti gli enti privati.

Si tratta di una riforma che pone il nostro paese in linea con i migliori standard internazionali. Tuttavia è facile prevedere che gli effetti concreti saranno molto modesti, e del tutto diversi da quelli che il legislatore sembra essersi prefisso (riduzione del tasso di corruzione). Vediamo perché.

La prima conseguenza per le imprese sarà la necessità di modificare i modelli organizzativi ex dlgs 231 (sulla responsabilità amministrativa degli enti), per evitare che le conseguenze del reato commesso da un proprio dirigente ricada anche sulla società. Questo significa pagare un consulente per attuare correzioni che hanno l’obiettivo di dimostrare, in caso di contenzioso, che la società ha fatto tutto il possibile per evitare l’insorgere di fenomeni corruttivi. Nella maggior parte dei casi sono proponimenti che rimangono solo sulla carta, al più si tratterà di organizzare qualche corso per dirigenti sulla legge 231, giusto per dare contezza di aver fatto qualcosa. Qualcuna si porrà il problema di modificare le polizze assicurative per adeguarle a un innalzato livello di pericolosità.

Le aziende più strutturate e più diligenti arriveranno a elaborare un disciplinare che precisi quali sono le promesse indebite. Una cena in un ristorante stellato è sufficiente a configurare il reato di corruzione tra privati? E un televisore ultrapiatto? E una vacanza esotica? Senza una precisa indicazione di quale sia il valore minimo degli omaggi accettabile senza incorrere in rischi penali, si crea una zona di incertezza che non ferma la corruzione ma facilita la strumentalizzazione di queste norme.

In realtà si tratta di adempimenti meramente formali che non faranno certo da incentivo alla moralizzazione delle realtà commerciali. Non è un caso se finora le sentenze sulla corruzione tra privati si possono contare sulle dita di una mano. E anche con l’attuale riforma le cose non dovrebbero cambiare di molto. È rimasto infatti inalterato il requisito della querela di parte. In pratica dovrebbe essere l’azienda a denunciare il proprio dirigente (con il rischio dei danni reputazionali che le potrebbero ricadere addosso): più facile che la minaccia di una denuncia venga utilizzata nelle lotte interne alle stesse società. Potrebbe, per esempio, diventare uno strumento semplice ed efficace per allontanare un manager sgradito. Anche perché, mentre con le vecchie norme era necessario provare il danno alla società, ora questo requisito è stato cancellato e sarà sufficiente provare l’accordo o il tentativo di accordo per far condannare il dirigente infedele.

Di fatto il legislatore, con anni di ritardo e solo dietro la minaccia dell’ennesima infrazione comunitaria, si è trovato costretto ad approvare delle norme che, nella migliore delle ipotesi, potranno avere un valore meramente simbolico, ma non riusciranno certamente ad essere un’arma efficace contro il malaffare societario. Siamo piuttosto di fronte all’ennesimo esempio di scollamento tra un legislatore sempre più eterodiretto da organismi e istituzioni europei o addirittura di livello planetario (che hanno come punto di riferimento le società di grandi dimensioni) e una realtà, fatta soprattutto di piccole e medie imprese, sulla quale la riforma non può produrre l’effetto moralizzatore, mentre è più probabile che produca effetti secondari non previsti. Oltre all’ennesimo appesantimento burocratico ai danni delle imprese.

Marino Longoni

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