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Comunione batte fallimento

Validità dell’atto di trasferimento della metà di un bene spettante ad uno dei coniugi in regime di comunione legale, nonostante la dichiarazione di fallimento dell’altro: lo ha stabilito la Corte di cassazione nella sentenza n. 8803/2017. A parere della I sezione civile «la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane sino al momento del suo scioglimento, di cui all’art. 191 cod. civ., prodottosi il quale effetto i beni cadono in comunione ordinaria e ciascun coniuge, che abbia conservato il potere di disporre della propria quota, può liberamente e separatamente alienarla. Quella che viene chiamata comunione senza quote», spiega all’uopo il collegio giudicante, «è in realtà un artificio tecnico-giuridico utile soltanto ad affermare il diritto del coniuge a non entrare in rapporti di comunione con estranei alla stessa e a difendere il patrimonio familiare da inframmettenze di terzi»: di qui la possibilità e la necessità di alienare il bene nella sua interezza ovvero di espropriarlo vendendolo per intero.

Ciò, tuttavia, non implica come conseguenza che una volta che sia stata sciolta la comunione legale e le parti abbiano maturato diritti di credito riguardo ai beni relitti, uno degli ex coniugi non possa, separatamente, cedere la propria quota o la corrispondente misura dei suoi diritti verso l’altro, «incidenti sul relitto di quella che fu la comunione coniugale, senza che per questo si ponga un problema di radicale invalidità dell’atto di trasferimento»: in tali casi, infatti, lo scioglimento della comunione legale comporta la possibilità che il ius in re venga separatamente alienato «senza che si dia più la possibilità di apprezzare un ipotetico vulnus addebitabile all’acquisto del terzo estraneo poiché non è da confondere la persistenza del vincolo coniugale con il nuovo regime dei beni che un tempo furono al suo servizio». Con queste argomentazioni, ha dunque respinto il ricorso di una coppia di coniugi, che lamentava l’invalidità dell’atto di vendita di parte dell’immobile «per inesistenza o impossibilità dell’oggetto» e l’ha condannata al pagamento, in solido, delle spese processuali oltre agli accessori.

Adelaide Caravaglios

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