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Lotta ai paradisi fiscali, norme non retroattive

Gli accertamenti e le irrogazioni di sanzioni per gli investimenti detenuti in paradisi fiscali, ai sensi della disciplina prevista dall’art. 12 del dl n. 78/2009 possono riguardare soltanto le annualità successive all’introduzione della predetta norma, che ha natura sostanziale, con conseguente irretroattività e non applicabilità alle annualità precedenti la sua entrata in vigore. Ad affermare il principio, già noto nelle aule delle commissioni tributarie, è finalmente la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 2662/2018. L’art. 12, comma 2, del dl 78/2009 prevede che, in deroga a ogni vigente disposizione di legge, gli investimenti e le attività di natura finanziaria detenute nei c.d. «paradisi fiscali», in violazione dei relativi obblighi dichiarativi (quadro RW), ai soli fini fiscali si presumono costituite, salva la prova contraria, mediante redditi sottratti a tassazione. In tale caso, sono raddoppiate sia le sanzioni che i termini di accertamento (in base al successivo comma 2-bis dell’art. 12). La tesi dell’amministrazione finanziaria, sostenuta nel caso di specie così come nei molteplici contenziosi in essere, è ferma nel ritenere che le disposizioni in oggetto trovino applicazione anche ai periodi d’imposta precedenti al 2009, colpendo dunque le violazioni degli obblighi dichiarativi commesse negli anni precedenti all’entrata in vigore del decreto. Addirittura, per tali fattispecie troverebbe applicazione la possibilità di raddoppio dei termini, per cui sarebbe possibile accertare annualità come il 2006, notificando i relativi atti anche a distanza di dieci anni. La Cassazione ha smentito categoricamente tale assunto, in seno a un contenzioso avente a oggetto accertamenti originari riferiti alle annualità 2005, 2006 e 2007. La pretesa natura procedimentale del citato art. 12, che reca una presunzione legale in favore del fisco, si pone in contrasto con il tradizionale criterio della sedes materiae, che vede le norme in tema di presunzioni collocate nel codice civile (e dunque diritto sostanziale) e non già nel codice di rito. Peraltro, aggiunge Piazza Cavour, l’applicazione retroattiva delle disposizioni di cui al citato art. 12 porrebbe il contribuente in una eccessiva situazione di sfavore, con pregiudizio al diritto di difesa costituzionalmente protetto, poiché egli non avrebbe, per esempio, avuto interesse alla conservazione di un certo tipo di documentazione, secondo il quadro normativo vigente ratione temporis al momento dei fatti in questione.

Nicola Fuoco

(Omissis). L’Amministrazione finanziaria insiste nel ritenere che la disposizione in oggetto abbia natura procedimentale e che, come tale, sarebbe soggetta al principio tempus regit actum, trovando applicazione anche riguardo alle somme detenute all’estero in violazione dei suddetti obblighi dichiarativi negli anni precedenti l’entrata in vigore dello stesso decreto legge n. 78/2009.

Tale assunto non può essere condiviso.

Gli accertamenti in questione ( ) sono riferiti agli anni 2005, 2006 e 2007. Il precedente indicato nella proposta del relatore, Cass. sez. 5, 19 agosto 2015, n. 16951 pure riferito ad annualità (2005) anteriore all’entrata in vigore del succitato dl n. 78/2009, nell’affermare l’utilizzabilità della c.d. lista Falciani nell’ambito dell’attività di contrasto e accertamento dell’evasione fiscale ( ) ha ancora affermato, per quanto qui rileva, che, «ovviamente, tale principio di diritto, quanto agli effetti, va direttamente e necessariamente correlato sia agli obblighi dichiarativi (art. 4) e alle presunzioni (art. 6) di redditività stabiliti dalla 1egge n. 167/1990 nel testo vigente ratione temporis, a carico del contribuente per i trasferimenti di denaro e altri valori verso l’estero».

Altre pronunce di questa Corte (cfr. Cass. sez. 5, 19 agosto 2015, n. 16950, in riferimento alla cd. «lista Vaduz»), sebbene non inerenti alla disamina ex professo dell’applicabilità retroattiva o meno della sopra trascritta disposizione di cui all’art. 12, comma 2, del dl n. 78/2009, si basano comunque nell’ambito della valutazione della prova presuntiva quale delineata dalla legislazione vigente ratione temporis ( ).

D’altronde, la pretesa natura procedimentale della norma di cui all’art. 12, comma 2, del dl n. 78/2009 che pone, in favore del fisco, una più favorevole presunzione legale relativa rispetto al quadro normativo previgente, oltre a porsi in contrasto con il tradizionale criterio della sedes materiae, che vede abitualmente le norme in tema di presunzioni collocate nel codice civile e dunque di diritto sostanziale e non già nel codice di rito, porrebbe il contribuente, che sulla base del quadro normativo previgente non avrebbe, per esempio, avuto interesse alla conservazione di un certo tipo di documentazione, in condizione di sfavore, pregiudicandone l’effettivo espletamento del diritto di difesa, in contrasto con i principi di cui agli artt. 3 e 24 Cost.

Il primo motivo deve essere dunque rigettato.

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