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L’ostruzionismo del fallito blocca la liberazione dai debiti

di Giovanni Negri

MILANO – Qualsiasi ostruzionismo nel corso della procedura concorsuale mette a rischio l'esdebitazione. Lo sottolinea la Corte di cassazione con la sentenza n. 11279 della Prima sezione civile depositata ieri. Con la pronuncia è stato respinto il ricorso di due imprenditori contro il decreto della Corte d'appello di Bologna che aveva negato il beneficio della liberazione dai debiti residui. Alla base della decisione, una pluralità di ragioni. Innanzitutto, i due imprenditori (marito e moglie) avevano concesso in affitto, per canoni inadeguati, prima del fallimento e quando già era evidente la crisi d'impresa, l'azienda e gli immobili di proprietà. Una volta intervenuto il fallimento, il figlio non aveva provveduto a riconsegnare immediatamente i beni al curatore, costringendolo a iniziare una procedura esecutiva.

Non solo. I due imprenditori avevano proposto reclamo contro il decreto di trasferimento degli immobili instaurando una controversia che si era poi conclusa solo con il verdetto di inammissibilità della Cassazione. Inoltre, era stato contestato il rendiconto del curatore, provocando un nuovo contenzioso. Infine, ai due imprenditori era stata inflitta una condanna per il reato di bancarotta, sia pure all'esito del patteggiamento.

Le difese avevano provato a sostenere che i ritardi della procedura attribuibili alle condotte contestate non sarebbero segnali di un sabotaggio, quanto piuttosto «lecite operazioni da collocare nell'ambito di una legittima e comprensibile strategia di salvataggio dell'impresa e di un doveroso intervento contestativo, specificamente volto ad un previsto controllo giurisdizionale, trattandosi di contestazioni legittime e disciplinate dalla legge».

La Cassazione ha però ricordato che la riforma del diritto fallimentare ha introdotto sì la liberazione dai debiti residui, ma l'ha subordinata al fatto che l'imprenditore «non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura». Per i giudici «ritardare» è sinonimo di «ostacolare» e indice di un comportamento in contrasto con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Quanto poi all'«in alcun modo», si tratta di un'espressione in grado di ricomprendere tutte le azioni o comportamenti che hanno ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura concorsuale.

Pertanto, devono essere comprese anche eventuali azioni giudiziali avviate dal debitore fallito che si sono rivelate pretestuose e destituite di fondamento e che si può ritenere siano state proposte all'unico scopo di perdere e compromettere i tempi a disposizione del curatore per la gestione della procedura. Tra queste condotte antigiuridiche vanno compresi anche gli atti di disposizione del proprio patrimonio posti in essere dall'imprenditore nella consapevolezza dell'irreversibilità della crisi dell'impresa, «avendo da tale momento il dovere di astenersi dal compiere tutti quegli atti che possono in qualche modo ritardare o pregiudicare la liquidazione dei beni dell'impresa».

Sulla stessa linea si colloca anche chi, nella consapevolezza della irreversibilità dello stato di insolvenza, trascura di chiedere il fallimento e compie atti di disposizione del patrimonio. In questo modo infatti si mette il curatore nelle condizioni di dovere intraprendere azioni di recupero che hanno come immediata conseguenza l'allungamento dei tempi della procedura.

Quanto, infine, al valore da attribuire alla sentenza di condanna per bancarotta fraudolenta in seguito a patteggiamento, la corte fa rilevare che è vero che questa non può avere efficacia di giudicato nel processo civile, ma tuttavia può sempre valere come «utile indizio».

 

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