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L’ostacolo manleva torna sul tavolo del negoziato con Cdp

La Borsa ha già emesso il suo verdetto: gli arresti scattati ieri nei confronti degli ex vertici di Autostrade per l’Italia, tra quali anche l’ex ceo Giovanni Castellucci, peseranno nella trattativa in corso tra Atlantia e Cdp per la cessione del concessionario italiano. Il titolo della holding ha infatti chiuso la seduta in ribasso di oltre il 3 per cento. Plausibile? È da vedere. Certamente quanto emerge dagli atti non depone assolutamente a favore di quelle che erano le dinamiche interne di Autostrade sotto la guida del manager. E questa potrebbe essere un’arma che il ministero delle Infrastrutture potrebbe giocare a proprio favore nell’ambito del tavolo di confronto con la concessionaria sul piano economico finanziario (pef) della società. Tavolo ancora aperto e sul quale c’è molta attesa. Ciò perchè è da questo passaggio tecnico che dipende il buon esito della discussione in atto con Cassa per la cessione dell’88% di Aspi. Senza il pef non è possibile dare un valore all’asset e di conseguenza non si può produrre un’offerta. Proposta che, tuttavia, deve arrivare sul tavolo di Atlantia al più tardi entro il prossimo 30 novembre. Senza contare il tema della manleva che, stanti gli audio acquisiti nelle indagini e riportati nell’ordinanza, può tornare prepotentemente d’attualità. Cdp da tempo chiede tutela per i potenziali danni indiretti rispetto alle inchieste in corso sulla compagnia.

Insomma quel che è certo è che gli eventi di ieri hanno generato ulteriore incertezza rispetto alla chiusura di un dossier già complesso di suo. E che, stante il quadro attuale, potrebbe non trovare compimento nei tempi previsti. D’altra parte già oggi nel consiglio di amministrazione di Autostrade, convocato per deliberare sulla trimestrale, è prevista un’informativa sugli ultimi accadimenti e anche sullo stato dell’arte del confronto con il Mit relativamente al piano economico finanziario. «Le osservazioni formulate dall’Autorità di regolazione dei trasporti sulla proposta di piano economico e finanziario di Aspi sono attualmente oggetto di specifici approfondimenti che saranno resi noti non appena definiti», ha riferito la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli rispondendo alla Camera durante il question time su Autostrade per l’Italia. «Stiamo lavorando, abbiamo i documenti già predisposti per trovare una convergenza», ha spiegato Roberto Tomasi, l’ad di Aspi, in un colloquio con alcune testate giornalistiche tra cui Il Sole 24 Ore.

I temi sul tavolo sono noti. In particolare, sono fondamentalmente tre i nodi che vanno affrontati e sciolti. Innanzitutto l’esecutivo deve decidere se Aspi dovrà mantenere gli standard di manutenzione precedenti al crollo del Ponte Morandi, circa 280-300 milioni l’anno, oppure aumentare la capacità fino ai 7 miliardi previsti al 2038. Evidentemente, tanto più alla luce di quanto emerso dagli atti delle indagini sulle barriere fonoassorbenti, appare indispensabile che gli impegni in manutenzione siano ben più rotondi che in passato. Negli anni i denari in manutenzione sono stati sacrificati a favore di una maggiore produzione di utili, come sottolineato nell’ordinanza del Gip di Genova che ha spiegato come la compagnia abbia ridotto «sistematicamente» gli investimenti per sostenere i dividendi ai soci. Comprensibile, dunque, che su questo punto si debba fare chiarezza e trovare il necessario punto di equilibrio. Tanto più che all’interno dei 7 miliardi previsti dal pef ci sono gli 1,2 miliardi su cui l’Art ha “acceso un faro”. A riguardo una delle possibili soluzioni è che quella somma non venga inserita tra le manutenzioni evolutive ma tra gli investimenti. Altro tassello è l’indice di recupero della redditività sull’automazione che, nelle ambizioni dell’Art dovrebbe essere di circa un 2,2% all’anno per i prossimi cinque anni. Questo porterebbe a un dato cumulato del 10,1% che, tradotto, vorrebbe dire circa un migliaio di persone fuori dal perimetro del gruppo. Troppe. Infine il tema Covid. L’Art vuole che il rischio traffico sia a carico del gestore. Di fronte tuttavia a un evento di portata epocale, nel caso in cui i ricavi dovessero scendere al punto da non garantire la manutenzione, sarebbe giustificabile il ricorso al meccanismo del recupero traffico per il quale però serve un regolamento definito dal Mit.

Tutti questi elementi, messi sul tavolo, hanno portato gli esperti attivi sul dossier a rivedere la valutazione di Aspi. Nel dettaglio, l’ipotesi attorno alla quale si stava ragionando è che l’incremento dei pedaggi prima fissato all’1,75% possa scendere attorno all’1,67-1,68%. Il che si tradurrebbe in una discesa dei ricavi, al 2038, di 1-1,5 miliardi complessivi, in un calo del net present value di 1-1,2 miliardi e dell’equity value di 800-850 milioni. Da capire però se il Mit non punterà a un’ulteriore revisione dei valori in gioco. Cruciale, in ogni caso, sarà il metodo con cui si deciderà di valutare l’asset.

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