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L’operazione UniCredit segna il giro di boa: attesi in Italia altri 15 miliardi di aumenti

L’attenzione delle banche italiane, almeno di quelle più fragili, continua ad essere concentrata sul fronte del patrimonio. Perché, complice il pressing della Banca Centrale Europea, la pulizia dei portafogli crediti costringe ad accantonamenti che a cascata obbligano a rimpinguare il capitale. E così, nel corso del 2017, sono attesi rafforzamenti patrimoniali per almeno 15 miliardi di euro, che vanno ad aggiungersi ai 13 miliardi portati a casa con successo da UniCredit.
L’onda lunga della crisi economica, e la richiesta Bce di svalutare crediti che nel frattempo si sono deteriorati, ha portato oggi diverse banche di fronte alla necessità di chiedere aiuto. Non solo agli investitori privati che, come ha dimostrato il caso Mps, si sono sfilati all’ultimo dal progetto di ricapitalizzazione. Ma più allo Stato, che oggi è diventato il socio di “ultima istanza” cui appellarsi e si è dotato di una potenza di fuoco di 20 miliardi, prevista dalla manovra Salva-banche. La normativa di riferimento, la tanto discussa Brrd, permette l’intervento governativo nel capitale delle banche. Soprattutto per quegli istituti che hanno fallito gli stress test della Bce.
Il caso Siena
Tra queste come noto c’è Mps. Sfumato l’aumento di capitale da 5 miliardi che doveva essere eseguito entro dicembre 2016, la banca senese si è vista alzare l’asticella del fabbisogno a 8,8 miliardi. Lo Stato dovrebbe intervenire con un’iniezione da 6,6 miliardi, a cui si aggiunge la conversione dei bond subordinati per circa 2 miliardi di euro. A fare la propria parte dovrebbe essere anche qualche azionista attuale (ieri il gruppo assicurativo francese Axa si è detto pronto a sostenere l’operazione della banca senese, cui è legata da un accordo di bancassurance). Per il resto, si vedrà nelle prossime settimane, visto che il dossier rimbalza tra Francoforte, cui spetta la Vigilanza e l’ok al capital plan, e Bruxelles, che deve dare il via libera agli aiuti di Stato. Resta il fatto che i tempi dell’operazione non saranno brevi: la media di durata di gestione di casi simili a Bruxelles si aggira sui tre mesi, e non è escluso che serva più tempo. Questo potrebbe far slittare la ricapitalizzazione da maggio, come inizialmente previsto, a giugno o anche nei mesi successivi, qualora fosse necessario. Nel caso, nessun problema sul fronte della liquidità, visto che nell’ambito del piano Salva-banche del Governo l’istituto ha già collocato sul mercato due emissioni per complessivi 7 miliardi, con l’aspettativa di emettere bond per un massimo di 15 miliardi per colmare il deficit di liquidità accumulato nel 2016.
Le venete
All’esborso da 8,8 miliardi per Mps, se ne aggiungerà un altro di rilevante ammontare per le due banche venete, ovvero Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Se in questo caso l’intervento pubblico si dà per scontato, meno certo è il valore della richiesta che arriverà dalla Bce, attualmente in elaborazione. Le stime per ora si attestano tra i 4 e 5 miliardi, anche se non è escluso un ritocco al rialzo a fronte di un surplus di rettifiche.Si capirà solo nelle prossime settimane se oltre allo Stato, a mettere i soldi nell’equity sarà anche Atlante. Il numero uno di Quaestio Sgr, Alessandro Penati, si era dichiarato a favore di questa soluzione, confermando l’intenzione di impegnare gli 1,7 miliardi di Atlante 2. Non sono dello stesso avviso invece gli istituti soci, che chiedono che le risorse libere siano impegnate per ridare fiato al mercato degli Npl.
Gli altri casi
Accanto a Mps e alle due ex popolari venete, c’è poi chi, come Ubi, nel 2017 dovrà procedere a un aumento di capitale da 400 milioni per puntellare i ratio patrimoniali per non diluirli alla luce dell’acquisizione di Banca Marche, Etruria e Carichieti. Un’operazione di tutt’altro spirito rispetto a quelle precedenti, ma che comunque porta il totalizzatore degli aumenti ad almeno 14 miliardi di euro. A loro volta le tre good banks – tramite il Fondo di Risoluzione, che è finanziato dal sistema bancario stesso – dovranno essere poi oggetto di una ricapitalizzazione di 450 milioni.
Ma non basta. Perchè sullo sfondo rimangono alcuni dossier aperti. C’è ad esempio Carige, che sembra andare verso un rafforzamento che il mercato stima nell’ordine dei 400 milioni. Il tema ufficialmente non è sul tavolo della banca genovese, anche perchè molto dipenderà ancora una volta dalle decisioni della Bce sul tema degli Npl. Se a queste cifre si aggiungono i 150-200 milioni di euro stimati per mettere in sicurezza Cassa di San Miniato, e i 150 milioni circa necessari per Carim, si capisce come il conto finale possa salire facilmente alla cifra tonda di 15 miliardi. Sperando che bastino.

Luca Davi

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