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L’Opec non taglia, il petrolio affonda

Nessun taglio della produzione di petrolio. Nessun richiamo ufficiale a rispettare il limite di 30 milioni di barili al giorno, fermo da dicembre 2011. E nemmeno l’annuncio di un vertice straordinario, prima di quello già fissato per giugno. L’Opec alla fine è riuscita a sorprendere tutti e non è un’esagerazione prevedere che il meeting di ieri resterà nella storia. Non fosse altro che per la reazione del greggio: le quotazioni del barile, già ai minimi da 4 anni, sono arrivate a perdere quasi l’8%, con il Brent che è affondato sotto 72 dollari e il Wti addirittura sotto 68 dollari.
Benché alla vigilia fosse già chiaro che l’Organizzazione degli esportatori di greggio non si apprestava a chiudere vigorosamente i rubinetti, nessuno si aspettava che il vertice avrebbe avuto un esito così estremo da poter essere sintetizzato con un ossimoro: il Cartello ha sposato la causa del liberismo. Già, perché l’intento – reso decisamente esplicito da diversi ministri dell’Opec – è quello di affidare alle leggi di mercato il compito di riequilibrare domanda e offerta, attraverso gli opportuni aggiustamenti di prezzo. Il mercato non si è lasciato pregare. E il crollo del petrolio sarebbe forse stato addirittura più forte, se gli americani non fossero stati assenti dal mercato, intenti a festeggiare il Thanksgiving.
Alla conferenza stampa post vertice le risposte del segretario generale dell’Opec Abdallah El Badri sono state memorabili. Avete rinunciato a contrastare l’eccesso di petrolio che si è creato con lo shale oil? «La nostra risposta è questa: manteniamo ferma la produzione». E la caduta dei prezzi non vi preoccupa? «Non abbiamo un prezzo di riferimento, né minimo né massimo». «Perché vi preoccupate tanto della nostra produzione? – ha poi scherzato El Badri, allontandosi forse un po’ troppo frettolosamente dalla sala – Capirei se foste dei trader, ma siete giornalisti. Rallegratevi, ora potrete risparmiare quando fate il pieno all’automobile».
Il tono lieve del segretario generale non mascherava del tutto l’imbarazzo di dover difendere come unitaria una linea d’azione che invece sicuramente scontenta una buona fetta dell’Opec. Il saudita Al Naimi ieri non ha voluto aprire bocca, irritato per la diffusione il giorno prima di un suo commento che era inteso come confidenziale. Ma è chiaro che la nuova linea è quella di Riyadh e dei suoi alleati del Golfo Persico, che – ormai ci sono pochi dubbi – hanno scelto di combattere fino in fondo la guerra dei prezzi. Con l’obiettivo di costringere altri (leggasi i frackers americani) a tagliare la produzione. La guerra rischia di essere lunga e anche molto dolorosa per quei paesi che già erano al collasso col petrolio a 80 $, come il Venezuela – che infatti premeva per un taglio di 2 milioni di barili al giorno – o la Nigeria, che ha già quasi esaurito le riserve di valuta pregiata e ha appena dovuto procedere a una maxisvalutazione della naira.
I nigeriani forse sono stati convinti, dietro le quinte, a dare il proprio assenso alla strategia saudita (si veda l’intervista a fianco). Ma il ministro iraniano Bijan Zanganeh – che pure il giorno prima aveva dichiarato «unità di intenti» con Riyadh – si è allontanato dal vertice borbottando che la decisione finale «non è quella che volevamo».
Anche se l’Opec ormai da anni sottolinea di non avere più un obiettivo di prezzo, né una banda di oscillazione di riferimento, durante questo vertice ha iniziato a circolare con insistenza la cifra di 60 dollari al barile. Una novità che gli analisti più attenti non hanno mancato di rilevare. A gettare il sasso per primo è stato il kuwaitiano Ali Saleh Al-Omair, spesso schierato coi sauditi: «Dobbiamo imparare a convivere col petrolio a 80 dollari così come a 60 o a 100». Ma anche l’iracheno ha detto di aspettarsi un “price floor”, guarda caso, intorno a 65 $ anche se «per noi un buon prezzo è quello dell’anno scorso» (oltre 100 $ di media, Ndr).
«I sauditi – osserva Olivier Jacob di Petromatrix – stanno forse cercando di vendere l’idea che nel breve termine il petrolio deve scendere a 60 $, in modo da garantire maggiore stabilità dei prezzi negli anni a venire, a 80 $ e più, quando lo sviluppo dei progetti di shale oil avrà rallentato».
Si vedrà col tempo chi l’avrà vinta tra Usa e Opec. Nel frattempo i russi di Rosneft hanno rapidamente raccolto il guanto di sfida: «Non sta accadendo niente di straordinario – ha detto in un comunicato, pochi minuti dopo la fine del vertice – Rosneft ha margini di sicurezza sufficienti visto che il nostro costo di produzione netto è tra i più bassi del mondo, poco sopra 4 $/barile».
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