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L’Opec non litiga più e taglia la produzione Il barile di petrolio vola verso 55 dollari

Alla fine, hanno avuto torto gli analisti e ragione gli operatori che, in maggioranza, dicono i dati sulle opzioni, avevano scommesso su un accordo dell’Opec e su un rialzo dei prezzi del barile fino a 55 dollari. Per ora, siamo ancora a 50, ma l’ottimismo dilaga e tracima nelle Borse: se Milano (+2,23 per cento), Londra (+0,17), Francoforte (+0,19) e New York (+0,37) hanno l’occhio anche alle mosse di Trump e della Bce, exploit come quello della Saipem, che scava pozzi e stende oleodotti e ieri ha registrato un +9,6 per cento sono risultato diretto delle notizie giunte dal vertice Opec di Vienna. Rovesciando il pessimismo della vigilia, infatti, sceicchi e ayatollah sono riusciti a mettere insieme il primo taglio collettivo di produzione da otto anni a questa parte, superando gli ostacoli che avevano impedito la stessa intesa nella scorsa primavera. Ci saranno, ogni giorno, 1,2 milioni di barili in meno sul mercato e, se, come promesso, la Russia e gli altri produttori extra Opec elimineranno altri 600 mila barili (per metà a carico di Mosca), si dovrebbe arrivare vicino a quei 2 milioni di barili che, secondo i tecnici, rappresentano oggi il surplus dell’offerta rispetto alla domanda. A prima vista, questo dovrebbe riequilibrare mercato e prezzi, anche se le incognite che rimangono sono molte.
L’accordo fra Arabia saudita, Iran e Iraq – i tre maggiori produttori Opec – rappresenta, in ogni caso, un grosso sforzo, in particolare da parte di Riad. A parte i dissidi politici, il contenzioso era economico. Negli ultimi due anni, mentre Iraq e Iran estraevano a singhiozzo in virtù della guerra con l’Isis, per un verso, e delle sanzioni antinucleari per l’altro, i sauditi pompavano a più non posso, fino a un milione di barili in più che si sostituivano ai barili che Teheran e Bagdad non riuscivano a produrre. Ecco perché Iran e Iraq non volevano accettare un congelamento o un taglio generale, che avrebbe certificato le quote di mercato strappate dai sauditi e hanno preteso che Riad si caricasse dei sacrifici maggiori. Alla fine, i sauditi hanno ceduto, accettando un taglio di mezzo milione di barili, mentre l’Iraq si fermerà a 200 mila e l’Iran, anzi, potrà aumentare marginalmente i suoi, continuando a recuperare il terreno perso con le sanzioni.
E’ la conferma di quanto la guerra dei prezzi abbia segnato anche i sauditi e di quanto Riad e le altre capitali temessero che, in caso di rottura, la credibilità dell’Opec svanisse. Rispetto alle previsioni della vigilia, infatti, l’accordo, per quanto si è capito ieri, sembra il più solido possibile, con quote fissate per ogni paese. L’esperienza dice, tuttavia, che nell’Opec, nessuno certifica la produzione e tutti o quasi barano sistematicamente.
L’impatto effettivo sui mercati e sui depositi strapieni si potrà dunque misurare solo nei prossimi mesi. Al di là dell’effetto psicologico, inoltre, l’accordo sembra, forse, più grosso di quanto sia in realtà. L’impegno a tagliare la produzione, ammesso che venga rispettato, vale solo fino alla prossima primavera, quando i protagonisti del vertice di ieri sperano che la domanda riparta, magari sull’onda della ripresa americana. Nei fatti, poi, il taglio sembra assai cospicuo, perché, da mesi, tutti, dai sauditi ai russi, pompano a livelli record, nonostante i barili in più vadano ad arenarsi nei depositi o nelle stive delle petroliere. Fatti i conti, sauditi e russi (i due maggiori produttori mondiali), tagliando quanto previsto, torneranno ai livelli dello scorso inverno, in linea con il tradizionale andamento ciclico che vede la produzione aumentare d’estate (perché in Occidente si viaggia di più e in Medio Oriente si accendono i condizionatori) e diminuire d’inverno (i termosifoni vanno a gas).
Il sacrificio, insomma, è relativo e la vera partita si gioca o meno sulla ripresa della domanda che potrebbe non essere automatica: molti esperti segnalano, ad esempio, che il consumo mondiale di benzina è ormai stabilmente in discesa.
Ma se, a medio e lungo termine, il problema è la domanda, nell’immediato i dubbi riguardano gli effetti di un aumento dei prezzi sul convitato di pietra del vertice di ieri: i protagonisti dello shale americano, che a Vienna non c’erano ma influenzano ormai a 360 gradi il mercato del petrolio. Riad e gli altri paesi sembrano, infatti, impegnati in un esercizio di alto equilibrismo: riportare il barile sopra i 50 dollari, per ridare fiato ai propri bilanci, ma impedire che salga sopra i 60, visti come il limite oltre i quali i cavalieri del fracking riprenderebbero ad inondare il mercato e travolgere i prezzi, svuotando di senso l’accordo appena raggiunto. Restare dentro questo corridoio 50-60 è già difficile, e molti pensano che i petrolieri dei fracking – o almeno parecchi di loro – siano concorrenziali anche al di sotto dei 60 dollari. La guerra del petrolio, probabilmente, non è finita ieri.

Maurizio Ricci

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