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Londra, il voto è la rivincita su Brexit

Nigel Farage è dappertutto. Il leader del Brexit Party sta viaggiando per tutta la Gran Bretagna sul suo autobus celeste, tenendo discorsi, incontrando sostenitori, facendosi fotografare nei pub con la classica pinta di birra in mano e il sorriso di un uomo che sa di avere la vittoria in pugno. I sondaggi gli danno ragione: si prevede che il suo partito, fondato per l’occasione, si piazzerà al primo posto nelle elezioni europee di questa settimana, conquistando intorno al 34% dei voti.

L’attivismo di Farage è in netto contrasto con lo stato catatonico dei due partiti principali, Conservatori e Laburisti, che stanno ignorando il voto del 23 maggio. La Gran Bretagna è stata costretta a partecipare alle europee, quasi tre anni dopo il referendum che ha sancito la decisione di lasciare la Ue. L’accordo di recesso presentato dalla premier Theresa May è stato respinto tre volte dal Parlamento e la data di Brexit è stata rinviata dal 29 marzo al 31 ottobre. La Gran Bretagna resta quindi Paese membro e, obtorto collo, deve partecipare al voto. Il partito al Governo e l’opposizione laburista stanno facendo il minimo indispensabile, guardando già alle prossime elezioni politiche nazionali. Farage invece intende cogliere l’occasione e sfruttare il voto di protesta.

È stato il primo a entrare in campagna elettorale, a presentare la lista di candidati e a lanciare il suo programma che punta soprattutto sulla semplicità del messaggio. Focalizzato esclusivamente su Brexit, promette di non accettare compromessi, di uscire subito dalla Ue senza un accordo e di non pagare il “conto del divorzio” a Bruxelles. Farage aveva fondato Ukip, il cui successo alle ultime europee del 2014 – il partito si era piazzato primo davanti a laburisti e conservatori – aveva convinto David Cameron a prendere la fatale decisione di indire un referendum sulla Ue.

Nessuno finge che queste elezioni riguardino davvero la composizione del prossimo Parlamento europeo. Questo è di fatto un secondo referendum sulla Ue e Farage punta al voto di ogni persona che aveva votato a favore di uscire nel 2016 e che è rimasta delusa dall’incapacità del Governo e del Parlamento di rendere Brexit realtà.

Non ci sono dubbi che l’ira degli elettori verrà diretta soprattutto contro i conservatori, che si aspettano un colpo ancora più duro del voto locale, quando hanno perso oltre 1.300 seggi comunali. L’ultimo sondaggio YouGov vede i Tories al 9%, un crollo rispetto al 23,4% del 2014. Sarebbe la percentuale più bassa per il partito in un voto nazionale da quando è stato formato nel 1834. Jacob Rees-Mogg, il leader dell’Erg, il gruppo di Tories pro-Brexit, ha ammesso che la maggior parte dei conservatori che conosce voteranno per Farage. Sua sorella Annunziata, e molti altri, hanno lasciato il partito per candidarsi con il Brexit Party. L’oltranzismo dell’Erg d’altronde è più vicino agli assolutismi di Farage che alle posizioni moderate dei conservatori tradizionali.

I laburisti, invece di sfruttare le divisioni interne al partito al Governo per raccogliere consensi, sono paralizzati dai loro contrasti su Brexit. Nonostante mesi di critiche e di appelli a prendere una posizione decisa, il leader Jeremy Corbyn ha scelto di non fare chiarezza neanche presentando il programma per le europee. «Vogliamo i voti di tutti, non solo di chi voleva restare o di chi voleva lasciare la Ue», ha dichiarato. L’opzione di un secondo referendum resta in gioco, ma il leader non la sostiene apertamente.

Anche se non ci fosse Brexit, l’inevitabile disaffezione per i Tories al potere da dieci anni segnati da rigide politiche di austerità dovrebbe far volare il Labour nei sondaggi. Invece il partito di opposizione viene dato al 15%, in calo rispetto al 25,3% del 2014. Il declino però potrebbe essere ancora più brusco se gli elettori decideranno di punire l’ondivago Corbyn, come hanno fatto alle amministrative di inizio maggio. I due terzi di laburisti contrari a Brexit potrebbero votare per i partiti, come i Liberaldemocratici o i Verdi, nettamente pro-Ue.

Il fronte anti-Brexit si presenta alle europee in ordine sparso e i voti saranno divisi tra LibDem, Verdi, l’Snp, il partito nazionalista scozzese, Plaid Cymru, i nazionalisti gallesi e ChangeUK, il nuovo partito fondato da ex deputati laburisti e conservatori per fare campagna per un secondo referendum. I partiti hanno deciso di non formare un’alleanza filo-europea perché, pur avendo un comune intento su Brexit, hanno posizioni diverse su altri temi come ad esempio l’indissolubilità del Regno Unito, sostenuta da LibDem e ChangeUK, mentre l’Snp punta all’indipendenza della Scozia.

Nelle ultime settimane i sondaggi hanno registrato un aumento del sostegno sia per i LibDem che per i Verdi, soprattutto a spese dei laburisti. I LibDem con il 17% delle intenzioni di voto si piazzano per la prima volta davanti al Labour (erano al 6,9% nel 2014), mentre i Verdi sono dati in ascesa dal 7,9 all’11%. Tutti i partiti anti-Brexit sperano che i sostenitori di Remain vadano a votare in massa per contrastare il previsto trionfo di Farage. L’affluenza alle urne, tradizionalmente bassissima alle europee (34% all’ultimo round), sarà cruciale.

Nicol Degli Innocenti

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