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Londra, un destino ancora in bilico

Dall’espressione della volontà popolare, alla realizzazione pratica del referendum, destinata a consegnare David Cameron all’epitaffio vergato dagli storici sulla sua lapide politica: fu il premier che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea.
Dalle parole del 2016, ai fatti del 2017, dunque. Se con la votazione del 23 giugno il 52% dei britannici annunciò di voler lasciare l’Ue, con le misure prossime venture si chiuderà, de jure, il tribolato cammino del Regno nel consesso europeo. E si chiuderà con il beneplacito di Elisabetta II che – secondo la political editor della Bbc Laura Kuenssberg – si espresse effettivamente, come le “voci” suggerivano, a favore della Brexit durante un pranzo riservato. I fumogeni accesi dalle smentite di Buckingham Palace non consentono di avere garanzia assoluta sulla volontà reale. Resta, tuttavia, il ragionevolissimo sospetto. Ironia di una sorte che non stanca di sorprendere nell’era della Brexit perché proprio al disconoscimento della cosiddetta “prerogativa reale”, invocata dal governo, si affidano le ultime speranze del fronte Remain, di chi, cioè, vorrebbe, almeno attenuare l’impatto del referendum.
È attesa a giorni la sentenza della Suprema Corte che dovrà convalidare o annullare il verdetto di novembre dell’Alta Corte. I giudici ultimi diranno se spetti al Parlamento esprimersi in maniera vincolante sulla Brexit oppure se la “prerogativa reale” assegni poteri al solo governo. L’Alta Corte ha ristabilito la centralità di Westminster, accrescendo le speranze di chi ancora spera nel fallimento della separazione anglo-europea. Il divorzio avverrà, i Comuni si sono già impegnati in tal senso con una mozione, ma i termini che lo sanciranno sono al centro di uno scontro politico in pieno divenire, destinato a esplodere nel nuovo anno.
Il punto ultimo è la partecipazione o meno di Londra al mercato unico. Il Forex ha confermato ieri tutta la sua sensibilità, sprofondando la sterlina al minimo degli ultimi tre mesi su dollaro ed euro, come reazione alle parole della premier Theresa May incline, domenica, a liquidare il single market in nome del pieno ritorno della sovranità di Londra sui confini nazionali. I falchi della Brexit sostengono il ritorno alle regole della Wto in mancanza di un accordo di libero scambio che l’Ue non accetterà mai. Gli “eurofili”, o quel che resta di loro, la City e il mondo degli affari in generale ritengono che l’adesione al mercato unico sia essenziale e soprattutto che il referendum non l’abbia affatto esclusa. È nel conflitto fra il realismo politico nel negoziato anglo-europeo – approccio convalidato una volta di più ieri dal no di Angela Merkel a ogni eccezione per Londra – e l’accecata visione ideologica dei brexiter che si ascrive l’addio dell’ambasciatore britannico alla Ue Ivan Rogers. La frustrazione del diplomatico ha svelato il rischio (per ora disinnescato dalla nomina del suo successore sir Tim Barrow) di un’occupazione “eurofoba” dei vertici dell’amministrazione pubblica del Regno.
Il 2017 sarà un passaggio-chiave, per tutte queste ragioni destinate nel corso dell’anno a trovare una soluzione, definendo strategia e tattica di cui Londra è ancora pericolosamente orfana. Alcune date sono già sul calendario, altre prenderanno forma. Il pronunciamento della Suprema Corte non cambierà l’appuntamento con la storia che il premier Theresa May ha fissato per il 30 marzo, giorno ultimo indicato da Downing street per notificare a Bruxelles l’avvio della procedura di recesso dall’Ue. Già si discute se i due anni della trattativa, prima dell’uscita formale, debbano concludersi nel marzo 2019 oppure nell’ottobre 2018 come ha detto il negoziatore Ue, Michel Barnier, per consentire che negli ultimi sei mesi l’intesa passi al vaglio dei parlamenti nazionali. Londra contava e conta su quell’ultimo semestre per affinare un negoziato che resta di una complessità senza precedenti soprattutto se la Gran Bretagna opterà per il cosiddetto Canada plus (l’intesa fra Ottawa e Bruxelles è maturata in sette anni di trattative). L’orologio negoziale comincia, formalmente, a girare dal 30 marzo, ma solo dopo il settembre 2017 – passate le elezioni olandesi, francesi, tedesche – le parti mostreranno davvero le carte.
Il tempo è pochissimo. Il mondo del business e pezzi del governo May ne sono tanto consapevoli da spingere per un accordo di transizione, un’intesa in grado di evitare il rischio del salto nel vuoto nel marzo 2019 con l’uscita secca di Londra dalla Ue e magari dal mercto unico. I brexiter temono, per converso, che l’accordo transitorio per tracciare fin d’ora le regole temporanee delle nuove relazioni in attesa di definire i singoli aspetti della relationship anglo-europea, sia solo una strategia dilatoria per spingere sempre più in là la separazione del destino britannico da quello Ue.
Ecco perché c’è una data non scritta che aleggia sul Regno: quella delle elezioni anticipate. Se lo scontro fra le due anime del governo e del Parlamento – i brexiter come i remainer sono forze trasversali – non troverà composizione sul single market la fragile maggioranza Tory ai Comuni si potrebbe sbriciolare e tutto potrebbe tornare in gioco. Brexit compresa, se un partito metterà nel proprio manifesto elettorale un nuovo referendum.
Sullo sfondo di uno scontro totale giace un Paese che solo nella seconda metà del 2017 potrebbe avvertire il primo brivido della Brexit. I più recenti indicatori Pmi sull’attività economica svelano una crescita per la manifattura senza precedenti negli ultimi due anni e per i servizi nell’ultimo anno e mezzo, a conferma che Londra è entrata nel nuovo anno a gran ritmo. Per il momento, dunque, ogni funesta previsione è stata smentita, tanto da spingere il chief economist della Banca d’Inghilterra, Andrew Haldane, a denunciare la «crisi degli economisti» non più attrezzati per leggere il mondo che verrà. Fino a oggi il voto al referendum è costato il 17% di svalutazione del pound sul dollaro, dato-spia di quanto i mercati abbiano marked down l’economia britannica.
Dinamica riaffermata ieri, confermando che il pound si muove al ritmo della politica orchestrata da Theresa May: la premier domenica era apparsa più pessimista del solito sulla partecipazione del Regno Unito al mercato unico. Sterlina a parte, null’altro è ancora accaduto. Quando la separazione anglo-europea diverrà reale – la data di fine marzo è l’indicatore più imminente – sul pound potrebbero concentrarsi nuove vendite. A fronte di un’economia che secondo il Fondo monetario internazionale crescerà dell’1,1% – la metà di quanto previsto in un mondo pre Brexit – l’inflazione balzerà oltre il target del 2% (2,7% per la Bank of England in novembre quando l’indice al consumo era all’1,1%). Scenario pessimo, dunque, che declina il rialzo dei prezzi in un contesto di debole crescita. Scenario, appunto, con tutto il carico di variabili implicito in quadro che ha un’unica certezza: nel 2016 l’economia è stata sostenuta dai consumi interni. Una dinamica che si regge, in ultima istanza, sull’immobiliare, pietra angolare di un sistema che attorno al real estate concentra l’indebitamento e la capacità di spesa delle famiglie.
La transizione dalle intenzioni (voto al referendum) del 2016, ai fatti (avvio al recesso dall’Ue) del 2017 porta con sé l’irrisolta incertezza politica di questi mesi, zavorra che oscura ogni realistica previsione economica. Fino a quando Theresa May non avrà detto senza “se”, senza “ma” e senza più il paso doble di questi mesi che l’addio dall’Ue comporterà lo strappo totale dal mercato interno ed eventualmente con quali compensazioni, il destino del Regno Unito rimarrà una variabile inafferrabile.

Leonardo Maisano

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