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Londra taglia le tasse sulle imprese

di Leonardo Masiano

«La verità è stata ignorata troppo a lungo: la Gran Bretagna ha perduto terreno nell'economia mondiale e deve risalire. Nell'ultimo decennio altri Paesi hanno ridotto la tassazione sulle imprese, riformato il sistema scolastico e universitario, cambiato il welfare e consolidato le esportazioni. In Gran Bretagna è accaduto il contrario». Per fare i conti con "la verità ignorata" George Osborne ha lanciato il Piano per la crescita, pilastro del Budget 2011, la finanziaria che il Cancelliere dello scacchiere ha illustrato ai Comuni.

Ed è un piano che pone al centro il mondo dell'impresa, motore, secondo il governo, del rilancio economico prossimo venturo, ammortizzatore degli sconquassi sociali che accompagna il piano di tagli radicali alla spesa pubblica annunciati lo scorso autunno.

L'obiettivo è ridare vigore a un Paese che è scivolato nelle graduatorie mondiali. «In un decennio – ha precisato Osborne – siamo passati dal quarto al dodicesimo posto nel mondo per competitività». La via più rapida per mettere benzina nel motore delle imprese chiamate a creare un milione di posti di lavoro per contrastare la disoccupazione innescata dai tagli, è la riduzione delle imposte.

La corporate tax doveva essere abbassata dal 28 al 27%, invece scenderà subito al 26 per cento. E ogni anno, fino al 2014, calerà di un altro punto percentuale per stabilizzarsi a quota 23%. «Ovvero – ha detto il Cancelliere – sarà la più bassa dei Paesi del G-7. Sette punti meno della Germania, undici meno della Francia». Lontana dal 31% che pesa (considerando anche l'Irap) su quelle italiane.

Non solo, Londra, ha deciso di rimettere in gioco anche le norme sulle sussidiarie estere di multinazionali britanniche. Quando sono sospettate di essere solo maschere per aggirare il Fisco gli utili finanziari sono tassati ad aliquota piena, Osborne, promette di ridurla a un quarto. Se cioè l'imposta sarà al 23%, quella sui proventi finanziari di controllate estere calerà al 5,75 per cento. Un progetto abbozzato, che il Cancelliere si è ripromesso di illustrare nel dettaglio prossimamente, ma che lascia presagire un'offensiva sul fronte della fiscalità per fare di Londra nuovamente terra prediletta dagli investitori. Tanti hanno lasciato la City e i dintorni da WPP di Martin Sorrell – che ieri ha salutato con soddisfazione le misure di Osborne – a Shire, Wolseley, Brit Insurance.

In questo contesto il Cancelliere ha avviato una revisione dell'aliquota marginale del 50% sui redditti superiori alle 150mila sterline che ha innescato un mini esodo dal Regno di Elisabetta. Per ora resta, ma a quanto pare non per molto.

Anche così, secondo Osborne, il mondo saprà che «da Shanghai a Seattle, da Stoccarda a San Paolo, in Gran Bretagna si fa business». E si farà anche con l'apertura di 21 aree industriali a regime speciale che dovranno contribuire allo sviluppo del manifatturiero che è tornato a tirare anche se rappresenta una quota relativamente piccola del prodotto interno lordo britannico.

Il responsabile del Tesoro ha aperto la borsa anche per le famiglie con il taglio alle accise sul carburante di un penny e il rinvio del programmato aumento di altri 4, da aprile 2011 all'aprile 2012.

Si allarga l'esenzione fiscale alle prime ottomila sterline di reddito, aiuti a chi acquista la prima casa, crescono le imposte sulle sigarette, ma l'alcol si salva. Sweeteners dicono gli inglesi, ovvero dolcetti per rendere meno amara l'esistenza in tempi di crisi e di ristrutturazione.

Perché la crisi resta, anzi peggiora. Il disavanzo pubblico è al di sotto dei 148 miliardi di sterline programmato di un paio di miliardi, ma la crescita nel 2011 si fermerà all'1,7% contro il 2,1 previsto lo scorso novembre e l'inflazione sfiorerà il 5% anche se il target resta il 2 per cento.

Il debito nazionale al 60% del Pil balzerà al 71% nel 2012. Un andamento previsto anche se i tecnici del ministero hanno rifatto i conti e hanno realizzato di aver ipotizzato un indebitamento inferiore a quanto immaginato di circa quaranta miliardi in cinque anni. Numeri che secondo l'Office of Budget Responsibility, guardiano delle finanze pubbliche, per una serie di effetti contabili non cambierà la sostanza del deficit strutturale già previsto.

 

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