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Londra, una manovra da 30 miliardi

Collocandosi virtualmente nel solco di Horatio Nelson,il leader dell’eurofobo Ukip, Nigel Farage, alla testa di una flotta di pescherecci ha dato la caccia sulle acque del Tamigi alla barca di Remain pilotata dalla rockstar eurofila, Bob Geldof.
Brexit finisce in pochade con l’accusa reciproca di danneggiare i pescatori, un bacino elettorale importante nell’isola del fish and chips. Il siparietto va in scena a metà mattina non lontano dalle finestre di Westminster dove la grande coalizione anti Brexit guidata dal premier David Cameron in singolare alleanza con il leader laburista, Jeremy Corbyn, dava vita a un altro teatrino con domande e risposte sulle conseguenze di un divorzio possibile. Il catalogo del post- Brexit è questo: aumento dell’aliquota base Irpef del 2 % e di quella marginale del 3%, innalzamento della tassa di successione, carburante e alcolici, tagli non inferiori al 2% a sanità, pubblica istruzione e difesa. Il conto è di 30 miliardi di sterline: la metà dovrà arrivare dal lato delle entrate e metà da quello della spesa. Sono i numeri della manovra straordinaria che si renderà necessaria per bilanciare i conti pubblici in caso di addio di Londra dall’Unione. Un budget straordinario che porta la firma, idealmente congiunta, del Cancelliere dello Scacchiere George Osborne e del suo predecessore al numero 11 di Downing street, il laburista Alistair Darling. L’esigenza di un intervento per rafforzare il Budget di marzo è confermata dai calcoli dell’Institute of Fiscal Studies, esplicito nell’indicare un buco compreso fra i 20 e i 40 miliardi che maturerà nel bilancio del Regno.Tesi che condividono sia l’attuale Cancelliere sia l’ex Cancelliere, uniti nel denunciare, ora, l’impatto di Brexit. Sui numeri esatti della stretta la responsabilità è solo dell’uomo che guida oggi il Tesoro e George Osborne ha smentito sé stesso, annunciando tagli anche in aree che i Tory consideravamo protette.
La manovra straordinaria spacca già come una mela il partito conservatore. La base parlamentare assicura rivolta con 57 deputati arruolati nelle file di Leave, pronti all’ammutinamento. «George Osborne dovrà dimettersi – si legge in un comunicato deii dissidenti – prima di poter varare misure del genere».
Avventure del marinaretto Farage a parte, la giornata di Leave è stata segnata dall’annuncio di una dettagliata road map legislativa in caso di exit britannico dall’Unione europea. Il processo dovrà concludersi nel 2019, secondo le dichiarazione di Chris Grayling attuale ministro per i rapporti con il Parlamento ed euroscettico al Financial Times. Dopo il voto, Londra, non dovrà chiedere subito l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che impone di concludere i negoziati fra il partner riluttante e l’Unione entro due anni. Chris Grayling immagina trattative informali per arrivare alla scadenza della legislatura nel 2020 con l’iter di uscita completato.
Entro il 2018 la Gran Bretagna dei brexiters conta di aver abolito lo European Communities Act che regola le relazioni fra Londra e Bruxelles. Al più presto, invece, dovranno essere limitati i poteri della Corte europea e bloccata la libera circolazione dei lavoratori. In caso di “assalto” di cittadini Ue alle frontiere del Regno subito dopo il voto, Grayling, pensa a leggi d’emergenza. Londra aspira poi a rimpatriare il diritto di fissare l’Iva sull’energia e di eliminare quella, ritenuta scandalosa e sessista, sugli assorbenti igienici. Avvierà negoziati per intese commerciali bilaterali, metterà in cantiere una tessera-punti per concedere il permesso di soggiorno con una procedura simile a quella dell’Australia. E via elencando un’infinita lista di richieste che implica un benevolente atteggiamento dell’Unione verso il partner in uscita. Possibile certo, ma molto improbabile.

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