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Londra, la Corte Suprema frena Brexit

L’opposizione laburista promette emendamenti. I liberaldemocratici chiedono un secondo referendum. I nazionalisti scozzesi minacciano ostruzionismo a oltranza e secessione dal Regno Unito. Sono gli effetti della sentenza con cui la Corte Suprema britannica ha stabilito ieri che la Brexit dovrà essere sottoposta a un voto del parlamento di Westminster. Non un voto tra due anni, alla fine dei negoziati fra Londra e Bruxelles, come aveva già concesso Theresa May, bensì un voto immediato, prima che il governo invochi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, “grilletto” del via alla trattativa di divorzio dall’Unione Europea.
La premier conservatrice minimizza: già domani presenterà alla Camera dei Comuni e a quella dei Lord una risoluzione, fiduciosa che il dibattito sarà breve, si concluderà con un’approvazione e le permetterà di cominciare il negoziato con la Ue entro fine marzo, scadenza da lei stessa fissata per muovere rapidamente verso la “Global Britain”, la Gran Bretagna Globale promessa qualche giorno fa. Ma l’ostacolo messo sul suo cammino dai giudici è serio. Da un punto di vista morale, i magistrati le hanno dato una lezione di storia, se non di democrazia: sostenere che il governo può lasciare la Ue senza un voto del Parlamento, abbandonando le norme europee diventate da decenni parte della legislazione britannica, in virtù di antiche “prerogative reali”, sarebbe “una violazione di secoli di principi costituzionali”, afferma lord Neuberger, il presidente della Corte Suprema, nel breve comunicato con cui annuncia la decisione. Il potere assoluto, sembra dire il giudice, è cominciato a finire con la Magna Carta nel 1215: non si torna indietro. Lo stato di diritto, a Londra, rimane in buona salute.
Dal punto di vista politico, il verdetto crea come minimo incertezza. “Vogliamo un dibattito e un voto parlamentare carico di significato”, avverte Jeremy Corbyn: il leader laburista “accetta” la volontà popolare di uscire dalla Ue, espressa nel referendum del giugno scorso, ma vuole discutere condizioni e caratteristiche del futuro rapporto con l’Europa. Più duri i lib-dem, diventati il partito più filo-europeo: proporranno che alla fine del negoziato non ci sia soltanto un altro voto del parlamento ma pure un nuovo referendum sul tipo di accordo raggiunto. Ma i più arrabbiati di tutti sono gli indipendentisti scozzesi. La Corte Suprema ha respinto la tesi secondo cui anche i parlamenti di Scozia, Irlanda del Nord e Galles debbano votare sulla Brexit: “Ebbene, questo ci costringerà a scegliere tra continuare a farci governare da un esecutivo di destra e perseguire l’indipendenza”, commenta Nicola Sturgeon, premier del governo autonomo della Scozia, che nel referendum ha votato per restare nella Ue. E in attesa di organizzare un referendum per uscire dalla Gran Bretagna, i deputati scozzesi al Parlamento nazionale faranno ostruzionismo, presentando 50 emendamenti alla risoluzione sulla Brexit.

Enrico Franceschini

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