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Londra frena l’unione bancaria

Londra, da Londra, dice per bocca del premier David Cameron di non voler essere d’intralcio al cammino dell’Unione bancaria per i Paesi dell’Eurozona e di chi altro vorrà farne parte, ma Londra, da Bruxelles, pare agire nel modo esattamente contrario. È quanto sostiene il Financial Times, secondo cui i diplomatici della sede comunitaria hanno lanciato un’offensiva a tutto campo per garantire alla Gran Bretagna clausole di salvaguardia capaci di tutelare la City dal rischio di una “dittatura” dell’Eurozona nelle dinamiche decisionali del mercato interno.
Potrebbe essere il primo, manifesto contrasto fra i partner a 27 e chi intende procedere verso forme di integrazione più stringente nel sistema bancario. Altri sette Paesi avrebbero adottato la linea inglese di netta contrapposizione. Secondo Ft l’ambasciatore britannico alla Ue avrebbe riaffermato con forza che il suo Paese non può accettare il pacchetto sulla supervisione fino a quando non sarà stato risolto il rischio di potenziale dominio dei Paesi aderenti all’unione bancaria rispetto alle regole a 27. La questione riguarda i rapporti di forza in seno all’Eba, l’authority bancaria europea dove la Gran Bretagna teme di essere messa in minoranza da un pacchetto compatto di capitali aderenti all’unione bancaria. Una dinamica che, secondo la tesi attribuita da Ft al governo Cameron, rischia di porre Londra alla mercé dei Paesi dell’euro.
Il tema è caldissimo perché dovrà trovare una definizione prima del vertice di dicembre quando le linee maestre dell’unione bancaria dovranno essere definite, ma è soprattutto un passaggio ulteriore nella crescente tensione che mette alle corde il governo di David Cameron rispetto alla volontà dei partner. L’altro, incendiario, capitolo riguarda il bilancio della Ue nei prossimi 7 anni. Ne hanno parlato in un vertice riservato la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier britannico a Downing Street. Poco è trapelato al di là del monito della signora Merkel agli euroscettici. «Essere isolati nel mondo di oggi – ha detto – non vi renderà più felici», una battuta capace di svelare il dilemma inglese. Mai come ora Londra soppesa rischi e vantaggi di un’esistenza lontano dall’Unione.
Un sondaggio diffuso ieri indica che il 49% degli inglesi è favorevole a uscire dalla Ue, mentre solo il 28% in caso di referendum voterebbe per restare membro a Bruxelles. Effetto della crisi dell’euro? Certamente, ma non solo. David Cameron ha spostato il baricentro politico di Londra rispetto all’Unione, innescando un meccanismo che non controlla più. Nei giorni scorsi l’ala euroscettica del suo partito ha messo in minoranza in Parlamento la linea del governo chiedendo la riduzione del bilancio della Ue per i prossimi sette anni. Una sollecitazione che sbatte con la volontà di molti altri Paesi, decisi ad aumentare gli stanziamenti e che contraddice anche quella di David Cameron. Il premier punta al congelamento delle quote di bilancio di oggi, arrotondate solo del tasso di inflazione. Fra due settimane andrà a Bruxelles a battersi per questo, consapevole che se anche dovesse spuntarla apparirà agli occhi del suo partito come un pericoloso europeista.

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