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L’onda di 3.600 Chapter 11 Allarme bancarotta in Usa

Più di 3.600 società nel primo semestre hanno portato i libri in tribunale per avviare le procedure di amministrazione controllata previste dal Chapter 11, secondo i dati di Epiq, società specializzata nei servizi legali. Nel solo mese di giugno le società insolventi sono state oltre 600, con un incremento del 43% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.

Gran parte degli analisti è concorde nelle previsioni di un peggioramento per la seconda metà dell’anno. Edward I. Altman, docente emerito di Finanza alla Stern School of Business della New York University, cofondatore e senior advisor di Classis Capital, creatore dello Z-Score, un metodo utilizzato dagli economisti per predire i fallimenti aziendali, ha stimato che quest’anno a causa del coronavirus ci sarà un aumento record dei mega-fallimenti – quelli che riguardano società con indebitamento pari o superiore a 1 miliardo di dollari. Il numero complessivo di grandi fallimenti, secondo Altman, supererà il record stabilito dopo la crisi del 2008.

«Siamo ancora nel mezzo della crisi negli Stati Uniti. Il Covid-19 è ancora in grado di sorprenderci», ha detto James Bullard presidente della Federal Reserve di St Louis. «La pandemia porterà a migliaia di fallimenti nella Corporate America, fallimenti capaci di generare una nuova crisi finanziaria», ha affermato Bullard. Nonostante gli sforzi della banca centrale per sostenere i mercati di capitali e l’economia reale. Lo stesso governatore della Fed Jerome Powell ha ammesso che senza un superamento dell’emergenza sanitaria il futuro dell’economia americana resta «molto incerto».

L’elenco delle società americane che hanno presentato i libri in tribunale per le procedure del Chapter 11 si allunga ogni giorno di più. Queste sono solo le principali.

Brooks Brothers, il marchio iconico camicie button-down ha dichiarato bancarotta la scorsa settimana. Dopo oltre duecento anni di storia, l’azienda di abbigliamento che ha vestito 41 dei 45 presidenti americani è stata travolta dagli effetti del lockdown. Rilevata nel 2001 da Claudio Del Vecchio, figlio di Leonardo, fondatore di Luxottica, nonostante l’ampliamento della gamma e il rilancio del brand, ha visto diminuire le vendite di circa 1 miliardo di dollari dal 2017. Brooks Brothers con il Chapter 11 si è assicurata un finanziamento da 75 milioni di dollari per la bancarotta, in attesa di un acquirente.

Pochi giorni prima ha avviato le procedure fallimentari NPC International, il più grande franchisee americano che possiede oltre 1.600 ristoranti delle catene di fast food Pizza Hut e Wendy’s. Anche in questo caso il coronavirus ha aggravato crisi già in corso. NPC possiede 1.227 ristoranti Pizza Hut: rappresentano circa il 20% di tutti i locali a marchio della catena di pizzerie negli States. Un’altra catena di fast food, Chuck E. Cheese, ha dichiarato bancarotta: CEC Entertainment che possiede 550 locali con le insegne Chuck E. Cheese e Peter Piper Pizza, nello stesso giorno in cui ha riaperto 226 locali, ha presentato l’istanza di fallimento.

Altre catene come Starbucks, IHOP e Denny’s hanno annunciato la chiusura di oltre 900 negozi in tutto il paese. La catena di abbigliamento casual Lucky Brand chiuderà 13 dei suoi 200 negozi dopo aver presentato istanza di fallimento: verrà acquisita dal gruppo Sparc, proprietario di Aeropostale.

Tra le società energetiche sono finite in bancarotta Cheasepeake Energy, Diamond Offshore, Ultra Petroleum e Whiting Petroleum, tutte con indebitamenti miliardari. La guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia e il crollo della domanda durante il lockdown sono stati determinanti. Altre società estrattive come Noble Corp, Seadrill, Valaris, Pacific Drilling e Shelf Drilling hanno avviato negoziati per la ristrutturazione del debito che potrebbero portare al fallimento.

La catena di grandi magazzini J.C. Penney con 8 miliardi di debiti il 15 maggio ha avviato le procedure di ristrutturazione del Chapter 11, dopo la chiusura obbligata di circa 850 negozi a marzo: 200 non riapriranno. Il luxury retailer Neiman Marcus ha portato i libri in tribunale con 4 miliardi di debiti. Altro grande retailer dell’abbigliamento a dichiarare bancarotta è stato J.Crew con 1,65 miliardi di debiti. Lo stesso percorso intrapreso dalla catena di abbigliamento sportivo Modell’s e dalla catena di arredamento Pier 1 Imports.

La società di noleggio auto Hertz ha presentato i documenti per la bancarotta concordata negli Usa e in Canada il 22 maggio con oltre 20 miliardi di debiti.

Tra le catene di ristoranti e di bar, Pq New York, proprietario del brand Le Pain Quotidien ha chiuso tutti i suoi 98 locali americani durante la pandemia: ha venduto tutto a un’altra società che riaprirà solo 35 locali e presumibilmente chiuderà gli altri.

I retailer americani che abbasseranno per sempre la saracinesca nel 2020 saranno tra i 20mila e i 25mila, sostiene Coresight Research. Gran parte delle chiusure, tra il 55% e il 60%, avverrà nei centri commerciali.

Per tornare ai livelli pre-Covid ci vorranno almeno due anni dicono gli analisti di eMarketer. Non avverrà prima del 2022.

Mentre le vendite online continueranno ad aumentare: eMarketer stima un incremento dell’ecommerce del 18% quest’anno. Molte aziende nell’settore dell’ospitalità e dei viaggi, comprese alcune compagnie aeree, non saranno in grado di sopravvivere senza pesanti ristrutturazioni.

La pandemia ha colpito in un contesto già problematico. Come ha rilevato Jonathan Lipson della Temple University, l’ultimo decennio di tassi di interessi bassi ha spinto la maggioranza delle aziende americane a indebitarsi enormemente.

Elevati livelli di debito, sommati al crollo dei ricavi causati dal lockdown hanno provocato questa emorragia di fallimenti senza precedenti.

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