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L’omessa bonifica è un reato

Arriva l’«omessa bonifica» nel nostro ordinamento: scatterà, infatti, la punizione (con reclusione da uno a 4 anni e con una multa da 20.000 a 80.000 euro) per chi, pur essendovi obbligato dall’autorità giudiziaria, non provvederà a bonificare e a mettere in sicurezza i luoghi inquinati. È una delle novità uscite ieri dalla votazione, in aula a palazzo Madama, degli emendamenti al disegno di legge congiunto (1345- 11-1072-1283-1306-1514) sui cosiddetti «ecoreati»; l’introduzione della nuova fattispecie di reato è frutto di una correzione che vede come prima firmataria la senatrice Paola Nugnes (M5s), e che trova consenso bipartisan in Assemblea, dove oggi si terrà il voto finale. Rilevanti le modifiche apportate nelle ultime ore a un testo che ridefinisce il perimetro dei delitti ambientali che dovrà, perciò, tornare in terza lettura a Montecitorio: oggetto di (ulteriore) restyling la norma sul «ravvedimento operoso», giacché su iniziativa del M5s passa l’impostazione secondo la quale non godrà dell’impunità chi, commessi reati di inquinamento e disastro ambientale, si adopererà per il ripristinare dello stato delle aree contaminate. Pentirsi di quanto compiuto e rimediare risanando le zone alterate, tuttavia, comporterà come beneficio la riduzione da un terzo alla metà della pena, e di un terzo per chi collaborerà con la magistratura, o con le forze di polizia «nella ricostruzione del fatto, nell’individuazione degli autori, o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti» (si veda ItaliaOggi del 28/01/2015); altolà, poi, grazie a una proposta di Lucio Malan (Fi), alla non applicabilità dell’istituto della confisca quando l’imputato abbia provveduto alla messa in sicurezza. Una modifica governativa completa il puzzle, prevedendo che, nel caso in cui il giudice disponga la sospensione del procedimento per permettere l’attuazione del «ravvedimento operoso», il corso della prescrizione venga sospeso, chiarendo che il congelamento del processo dovrà avvenire prima della «dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado», e che dovrà esser disposto «per un tempo congruo» a consentire il ristabilimento dello stato dei luoghi, ma che non potrà superare il limite di due anni, prorogabile al massimo per uno.

Come evidenziato, scatterà il nuovo reato di omessa bonifica a carico di chi non si adopererà, obbligato dall’autorità giudiziaria, per rimettere in salute i luoghi inquinati: prevista la reclusione da uno a 4 anni, e una pena pecuniaria da 20.000 a 80.000 euro.

Le persone non coinvolte in delitti contro l’ambiente non vedranno sequestrati i propri beni, poiché un emendamento dei relatori Pasquale Sollo (Pd) e Gabriele Albertini (Ap) vieta di confiscare «le cose che costituiscono il prodotto, o il profitto del reato, o che servirono a commettere il reato», qualora «appartengano a persona estranea». Votazione favorevole bipartisan, poi, in aula, per l’iniziativa legislativa di Felice Casson (Pd), che introduce nel ddl l’aggravante ambientale con un aumento delle pene, in modo che, recita il testo, «quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti previsti dal decreto legislativo n. 152 del 2006, o da altra legge posta a tutela dell’ambiente la pena, nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà, e nel secondo caso è aumentata di un terzo».

E, viene, puntualizzato, in ogni caso si procederà d’ufficio.

I senatori, infine (facendo affondare il governo), accendono il semaforo verde su due emendamenti analoghi che inseriscono nel provvedimento il divieto di utilizzo per l’ispezione dei fondali marini della procedura dell’«air gun» (tipica delle ricerche petrolifere), o di altre tecniche esplosive fissando pene da uno a tre anni; il ministro della giustizia, Andrea Orlando, aveva chiesto di trasformare le correzioni, primi firmatari Giuseppe Compagnone (Gal) e Antonio D’Alì (Fi), in un ordine del giorno, però le proposte sono state mantenute. E approvate in una sola votazione, con 114 sì, 103 no e 9 astensioni.

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