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L’ombra del reato dà l’assist agli uffici

di Primo Ceppellini e Roberta Lugano

La sentenza 247/2011 della Consulta ha confermato il raddoppio dei termini di accertamento per i periodi di imposta interessati da reati tributari. Prima di esaminare gli aspetti critici e le possibilità che restano aperte per la difesa dei contribuenti (si vedano gli altri servizi in pagina), è necessario sintetizzare i cinque punti su cui si basa la sentenza.

eÈ inammissibile richiamare la violazione dello Statuto del contribuente. Secondo la sentenza, infatti, le disposizioni della legge 212/00 non hanno rango costituzionale e non costituiscono, neppure come norme interposte, parametro idoneo a fondare il giudizio di legittimità costituzionale di leggi statali. Pertanto non può essere evocata la norma secondo cui «i termini di prescrizione e di decadenza per gli accertamenti di imposta non possono essere prorogati».

rNon è fondata la censura secondo cui la normativa oggetto di esame di fatto proroga o riapre termini di decadenza scaduti. I termini raddoppiati sono veri e proprie scadenze fissate dalla legge, e non sono legati ai termini che la Corte ridefinisce «brevi» e che forse sarebbe più corretto indicare come «ordinari». La sentenza è decisa nell'affermare che «i termini raddoppiati (…) operano, invece, in presenza di violazioni tributarie per le quali v'è l'obbligo di denuncia. È, perciò, del tutto irrilevante che detto obbligo, (…) possa insorgere anche dopo il decorso del termine "breve" o possa non essere adempiuto entro tale termine. Ciò che rileva è solo la sussistenza dell'obbligo, perché essa soltanto connota, sin dall'origine, la fattispecie di illecito tributario alla quale è connessa l'applicabilità dei termini raddoppiati di accertamento».

tNon ha rilevanza il fatto che il raddoppio dei termini non sia condizionato all'avvio dell'azione penale prima del decorso dei termini "brevi" di decadenza dall'accertamento né all'esito di tale azione: «Il raddoppio dei termini deriva dall'insorgenza dell'obbligo della denuncia penale, indipendentemente dall'effettiva presentazione di tale denuncia o da un accertamento penale definitivo circa la sussistenza del reato. Detta interpretazione non implica, tuttavia, che la legge attribuisca all'amministrazione finanziaria l'arbitrario e incontrollabile potere di raddoppiare i termini "brevi" di accertamento».

uNon è corretto neanche invocare la disparità di trattamento che, ai fini dell'azione di accertamento, si viene a creare tra contribuenti diversi. Secondo la Corte, infatti, le differenze hanno il loro fondamento nel fatto che i termini «brevi» riguardano gli accertamenti privi di risvolti penali, mentre i termini raddoppiati si applicano alle fattispecie penalmente rilevanti.

iViene, infine, cassata anche la censura sull'applicazione retroattiva dei termini raddoppiati come sanzione impropria: «La questione non è fondata, perché la disciplina del raddoppio dei termini non ha natura sanzionatoria».

La conservazione

Un punto particolarmente delicato della sentenza riguarda l'obbligo di conservazione dei documenti contabili ai fini dell'accertamento tributario. È stato eccepito che la denuncia penale, se proposta dopo il decorso dei termini «brevi» di decadenza, potrebbe intervenire quando il contribuente non è più in possesso delle scritture e dei documenti contabili, con evidenti limitazioni al proprio diritto di difesa. Secondo la sentenza, invece, «se il termine previsto dalla legge, in presenza dell'obbligo di denuncia delle suddette violazioni tributarie penalmente rilevanti, è quello raddoppiato di cui alla normativa censurata, ne segue che il contribuente ha l'obbligo di conservare le scritture ed i documenti fino alla definizione degli accertamenti relativi e, quindi, non può ritenersi esonerato da tale obbligo fino alla scadenza del termine raddoppiato» (otto anni se è stata presentata la dichiarazione).

È evidente la conseguenza, non priva di illogicità, di questa lettura della norma: in assenza di contestazioni al termine del periodo ordinario di accertamento, il contribuente deve comunque conservare i documenti contabili se esistono fattispecie penalmente rilevanti; ma siccome non sono stati contestati questi elementi, si tratta di una valutazione che è il contribuente stesso a dover fare. Il che equivale a dire che l'estensione del periodo di conservazione dei documenti potrebbe quasi diventare un'autodenuncia che, paradossalmente, i verificatori potrebbero usare in futuro come elemento a sostegno, se non persino come fonte di innesco, dei loro rilievi.

 

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