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L’ombra del default sugli Usa

di Daniela Roveda

L'insolvenza degli Stati Uniti d'America, la più grande potenza economica del mondo, è alle porte. Sembra talmente assurdo da non crederci, ma le banche americane e straniere stanno già prendendo le necessarie precauzioni per non trovarsi tra le mani obbligazioni del Tesoro il cui valore potrebbe precipitare in caso di default tecnico.

Il default sarà matematico il 2 agosto prossimo se il Parlamento non dovesse approvare entro fine luglio l'aumento del limite legale al debito pubblico, oggi fissato a 14.300 miliardi di dollari. I repubblicani stanno ricattando i democratici con lo spettro dell'insolvenza per strappare nuovi tagli alla spesa pubblica, ma molti temono che stiano giocando con il fuoco: se il tetto non sarà elevato, il ministero del Tesoro non sarà autorizzato a emettere nuove obbligazioni per rimborsare i titoli in scadenza e pagare i propri conti.

Cosa potrebbe succedere a quel punto non lo sa nessuno perché una simile situazione non si è mai verificata prima, ma è possibile che le agenzie per la valutazione del credito decidano un downgrade al debito Usa come hanno già minacciato; è possibile che i mercati esigano tassi di interesse più alti per compensare il rischio sui titoli del Tesoro (una maggiorazione dei tassi dello 0,4-0,5% secondo le stime), con effetti a cascata sui tassi di interesse nel settore privato; è possibile che i maggiori proprietari stranieri di titoli del Tesoro (che possiedono 4.500 miliardi di debito Usa) svendano grandi quantità di obbligazioni creando scompiglio sui mercati internazionali; è possibile che gli investitori ritirino i loro soldi dai fondi del mercato monetario dove sono investiti 334 miliardi di dollari di Treasuries. Gli effetti sull'economia reale americana e mondiale sono imprevedibili; alcuni temono che possa scoppiare una nuova crisi finanziaria internazionale.

Come è possibile che l'America si sia cacciata in questo guaio? Per motivi semplicemente politici. L'aumento del tetto al debito è sempre stata una pura formalità, approvata da repubblicani e democratici anno dopo anno; durante gli otto anni di amministrazione Bush il tetto è stato elevato sette volte per finanziare un deficit in rapido aumento senza che nessuno prestasse attenzione. Negli ultimi 50 anni è stato aumentato 74 volte.

Ogni volta che il Parlamento approva la finanziaria, implicitamente sa che il tetto dovrà essere elevato se il deficit è in aumento. Per legge tuttavia il bilancio annuale e il tetto al debito sono soggetti a voto separato. In questo clima politico di grande tensione, dove la necessità di riportare disciplina nei conti pubblici è al centro del dibattito e della campagna presidenziale del 2012, in via eccezionale i repubblicani hanno posto come condizione di accompagnare l'aumento del tetto a nuovi tagli alla spesa. Nella tarda serata di ieri uno dei loro maggiori esponenti, Eric Cantor, ha detto che «si sta cominciando a vedere spazio» per una convergenza sui risparmi.

Del resto questa dimostrazione di rigore a tutti i costi potrebbe avere ripercussioni imprevedibili anche sulle fortune del partito repubblicano. L'ultima volta che è stato intransigente su questioni fiscali (nel 1994 con la chiusura del Governo) ha perso le elezioni successive. Questa volta, secondo i pronostici di Wall Street, la probabilità di insolvenza è il 33 per cento.

 

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