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Lombardia e Veneto. Per cosa si vota

1 I referendum di Lombardia e Veneto rispettano la Costituzione?

Sì.Perché s’inseriscono nel quadro della riforma costituzionale voluta dal centrosinistra nel 2001. Il terzo comma dell’articolo 116 riconosce infatti alle Regioni a statuto ordinario la possibilità di accedere a condizioni differenziate di autonomia. Il Veneto voleva inizialmente sottoporre a consultazione anche una serie di quesiti di natura fiscale, dichiarati però illegittimi dalla Consulta che ha «salvato» solo l’ultimo, quello che si troverà sulla scheda.

2 Cosa chiedono?

Quello lombardo «di intraprendere le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma». In sostanza, d’intavolare una trattativa per ottenere la gestione di quante più materie possibili nel pacchetto di quelle che la Costituzione indica come trasferibili o «concorrenti». Ventisei competenze in tutto. Si chiama regionalismo differenziato. Il menu è potenzialmente ricchissimo, dai giudici di pace alla sicurezza del lavoro, dalla tutela dell’ambiente ai beni culturali.

3 Che differenze ci sono tra i quesiti di Lombardia e Veneto?

I quesiti sono analoghi ma non coincidenti. «Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?», si limita a domandare il testo voluto da Zaia. Più articolata e lunga (e politicamente morbida) la formula lombarda che fa esplicito riferimento alla Carta costituzionale. Due le differenze sostanziali: per effetto del suo stesso statuto, in Veneto è previsto il quorum (50 per cento più uno degli aventi diritto), mentre in Lombardia no. E poi cambia la modalità di voto: il Pirellone ha voluto la sperimentazione del voto elettronico, mentre nei seggi veneti si troveranno ancora scheda cartacea e matita copiativa.

4 Cosa cambia se vince il sì?

Nell’immediato nulla. In caso di successo spetterà alle due amministrazioni avviare le trattative con lo Stato centrale. In ogni caso Lombardia e Veneto non diventeranno Regioni a statuto speciale (ci vorrebbe un’apposita modifica costituzionale) né potranno gestire in proprio materie come sicurezza e immigrazione, come invece auspicano i governatori leghisti. Il pacchetto di materie potenzialmente delegabili dovrà però imporre per forza di cose una diversa ripartizione delle risorse, secondo la logica del «più competenze, più fondi». Non a caso Maroni e Zaia assicurano che attraverso questa via si potrà iniziare a ridurre il residuo fiscale, la differenza cioè tra quanto le Regioni versano in tasse a Roma e quanto ricevono in servizi.

5 Si poteva agire diversamente?

Sì, il referendum non era uno strumento obbligato. Dieci anni fa la Lombardia di Roberto Formigoni individuò un pacchetto di 12 materie da «strappare» allo Stato centrale. La caduta del governo Prodi congelò poi la trattativa, che fu abbandonata. Tre anni fa alcuni sindaci lombardi si resero pubblicamente disponibili a un’azione congiunta di pressing presso il governo per una nuova trattativa sulle materie da trasferire. Ma l’obiezione dei promotori che «senza la legittimazione popolare Roma non cederà nulla al Nord» possiede una sua efficacia.

6 È un referendum leghista?

È indiscutibile che i principali sponsor dei quesiti siano i due governatori leghisti, ma per il sì non è schierato solo il Carroccio e il centrodestra (che peraltro fa registrare la significativa eccezione di Fratelli d’Italia, «tiepida» sull’autonomismo nordista). Al Pirellone il via libera al referendum è stato possibile grazie ai voti dei nove consiglieri del Movimento 5 Stelle, i quali, nonostante i mugugni della base, possono rivendicare il merito di essere stati gli estensori del testo referendario (la Lega voleva inizialmente un quesito più indipendentista). Per il sì sono poi i sindaci di centrosinistra delle città lombarde, tra cui il milanese Beppe Sala e il bergamasco Giorgio Gori, l’uomo destinato a sfidare Maroni tra qualche mese alle regionali.

7 Come si vota?

In Lombardia debutterà il voto elettronico. Nei seggi si troverà un tablet col quale si potrà scegliere tra sì, no e scheda bianca (impossibile invece annullare il voto). Non essendo il referendum consultivo considerato un’elezione di valenza nazionale per accedere al voto non sarà necessaria la tessera elettorale e basterà la carta d’identità. Per il Veneto invece la modalità di voto è quella classica.

8 Quanto costa?

Intorno ai 50 milioni di euro quello lombardo. Solo l’acquisto dei 24 mila tablet è costato 22 milioni (Maroni ha assicurato che saranno poi dati in uso alle scuole), a cui vanno aggiunti i 24 per garantire le operazioni di voto (scrutatori, eccetera) e i tre della campagna di comunicazione. Senza l’investimento nelle voting machine in Veneto la spesa è inferiore: 14 milioni.

Andrea Senesi

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