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Lombardia, grandi centri e turismo perdono quota nell’emergenza

La nostra quotidianità, da fine febbraio, è scandita ogni pomeriggio dal numero di contagi da Covid-19 diffuso dalla Protezione civile. Un dato che, tra tutti quelli che “misurano” le nostre giornate, quest’anno grava più di altri sulla percezione del futuro e sulla qualità del nostro vivere. Penalizzando soprattutto il Nord, dove si è registrata la diffusione più elevata del virus in rapporto alla popolazione residente.

È questo il primo trend che emerge dai risultati della Qualità della vita 2020 del Sole 24 Ore. Al consueto “esame” annuale sui livelli di benessere le province lombarde questa volta si presentano tutte con il segno negativo, in peggioramento rispetto allo scorso anno, ad eccezione di Sondrio e Mantova. Colpita anche Milano – vincitrice delle ultime due edizioni – che perde 11 posizioni, penalizzata dal crollo del Pil pro capite in base alle stime 2020, ma anche da alcuni indicatori nuovi come lo spazio abitativo medio a disposizione (51 mq per famiglia).

La trentunesima edizione dell’indagine non poteva che partire dai dati dell’emergenza sanitaria in corso. E aggiungere, nel panel dei 90 indicatori presi in considerazione, numeri capaci di documentare quello che sta succedendo. Una fotografia scattata, per la maggioranza dei parametri (57 su 90), tra giugno e novembre 2020, con l’obiettivo di misurare diversi aspetti. Ad esempio, il tasso di mortalità, che su Bergamo ha inflitto il colpo più duro con la prima ondata. Oppure gli sforzi senza precedenti della sanità territoriale e il lockdown che, oltre alla crisi economica, ha fatto innalzare il consumo di calmanti e sonniferi. E ancora: l’analisi consente di rilevare i divari esistenti sul fronte dell’evoluzione digitale che, a causa delle restrizioni imposte dal virus, ha registrato una spinta senza precedenti e rappresentato un’àncora di salvezza per tanti settori, diventando asset cruciale per il futuro (si veda pagina 19).

In questo contesto, ancora estremamente instabile (ci sarà tempo per i veri bilanci), a distinguersi per la migliore qualità della vita è la provincia di Bologna che guadagna 13 posizioni e ottiene, nella media, il migliore punteggio. Il capoluogo emiliano-romagnolo traina alcune province della regione. Ben cinque su nove sono tra le prime venti (si veda pagina 20): oltre a Bologna, Parma (8ª), Forlì Cesena (14ª), Modena (15ª) e Reggio Emilia (17ª).

Le mete turistiche e le grandi città d’arte, inoltre, quasi ovunque perdono terreno. Emergono così i primi riflessi della crisi che penalizza anche le aree metropolitane più turistiche, come Venezia (33ª, -24 posizioni), Roma (32ª, -14), Firenze (27ª, -12) oppure Napoli (92ª, -11). Ma anche le località di mare: in primis registrano un peggioramento le province di Puglia e Sardegna (fatta eccezione per Cagliari e Foggia), a seguire anche Rimini (36ª, cede 19 posizioni rispetto allo scorso anno), le abruzzesi Teramo e Chieti, Latina oppure – più a sud – Salerno, Siracusa e Ragusa.

In controtendenza solo la Liguria, tutta in miglioramento, dove Genova celebra la riapertura del viadotto sul Polcevera dopo il crollo ponte Morandi piazzandosi 19ª, recuperando 26 posizioni. Ma anche le altre liguri segnano alcuni record: ad esempio Imperia (81ª, +8 posizioni) si posiziona in testa per iscrizioni anagrafiche nei primi sei mesi dell’anno; Savona (48ª, +24) registra la densità di ristoranti più elevata.

A registrare “scatti di crescita”, piazzandosi nella top ten, sono anche altre province di medie dimensioni come Verona (4ª, +3 posizioni e una bassa incidenza, ad esempio, di giovani Neet), Udine (6ª, +10 che ottiene la sua migliore performance in Giustizia e sicurezza) e Cagliari (9ª, +11, regina della categoria Demografia e salute).

Resistono, invece, le province dell’arco alpino (a partire da Bolzano e Trento che restano salde sul podio, al 2° e 3° posto), ma la crisi del turismo di montagna, gli effetti della seconda ondata di contagi partita a ottobre 2020 e le restrizioni alla stagione invernale non sono ancora misurabili.

Infine, dalla lettura incrociata della classifica finale e dei 25 parametri scelti per “esplicitare” l’impatto del Covid (si veda la pagina a fianco), sembrano uscire più colpiti i territori che tradizionalmente occupano la parte alta della graduatoria , ma senza venire trascinati sul fondo. Come se quello che sta succedendo non riuscisse a schiacciare tutto il resto, cioè i livelli di benessere acquisiti e le opportunità che i territori sono capaci di offrire ai cittadini.

Il Sud, invece, resta fermo nella parte bassa della classifica, con i problemi di sempre. Le aree metropolitane del Mezzogiorno guadagnano posizioni al capitolo Demografia e salute, proprio perché il virus ha picchiato più duro altrove, ma restano sul fondo nelle altre categorie dove pesano i divari strutturali ereditati dal passato.

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