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L’Ocse boccia l’Italia “È agli ultimi posti per giovani occupati istruiti e competenti”

Lavorano in pochi, lavorano male, hanno scarsa competenza in termini di lettura, comprensione e utilizzo di un’informazione e ancor meno sanno di matematica. Ma anche quando hanno maturato saperi specifici, magari in campo tecnologico, non vengono presi in considerazione e valorizzati a dovere. Dall’Ocse arriva la conferma che non siamo un Paese per giovani. Nell’ultimo “Skills outlook”, il rapporto che mette in relazione competenze e lavoro, si nota come l’Italia abbia «uno specifico problema di disoccupazione giovanile in aggiunta ad uno più generale » e come, al di là della crisi, vi siano carenze strutturali che hanno fatto deflagrare il problema.

I numeri sui quali si basa il giudizio parlano chiaro. L’Organizzazione ci mette al penultimo posto della classifica quanto a tasso di occupazione giovanile: fermi al 52,79 per cento, davanti alla sola Grecia (48, 49), tasso che nella fascia di età fra i 15 i 29 anni, fra il 2007 e il 2013, è sceso di quasi 12 punti. Ma le cose non vanno bene nemmeno per la fascia d’età fra i 30 e i 54 anni, dove risultiamo al quart’ultimo posto in classifica (70, 8 per cento di occupati). Quanto al caso Neet (giovani che non studiano, non lavorano, non fanno formazione), l’emergenza si sente in tutta l’Ocse — alla fine del 2013 più di 39 milioni di under 30 si trovavano in questa condizione, il doppio rispetto al periodo pre-crisi — ma è più evidente in Italia. Siamo quart’ultimi anche qui, con una percentuale che supera il 26 per cento. Più di un giovane su quattro, dunque, sta a spasso.
Dietro a tale quadro, dice l’Ocse, c’è la crisi, ma non solo. L’Italia, fra quelli appartenenti all’Organizzazione, è il Paese con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente ferme al 19,7 e al 26,36 per cento. Abbiamo anche la quota più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti (il 29,76 per cento), e la seconda tra i giovani in età lavorativa (il 25,91), battuti dagli Usa (29,01 per cento). Va detto che, anche quando ci sono, le competenze non vengono utilizzate: una mancata corrispondenza che pesa su tutti Paesi, visto che in media, ben il 62 per cento dei giovani Ocse fa un lavoro che non corrisponde alla formazione, ma che l’Italia paga soprattutto in termini digitali. Abbiamo infatti la più elevata quota di giovani tra i 16 e i 29 anni che non ha alcuna esperienza nell’uso del computer sul posto di lavoro (54,3 per cento), a fronte di una percentuale di giovani che non usano mai il computer ferma al 3. Quadro desolante, in particolare sull’occupazione, che secondo il ministro Giuliano Poletti, appartiene al passato. «Con il Jobs Act ci sarà la svolta », ha detto, ma ieri durante un confronto riguardante la riforma degli ammortizzatori sociali, i sindacati sembravano meno ottimisti. Durante il vertice con Cgil, Cisl e Uil — assenti Camusso, Furlan e Barbagallo perché in audizione al Senato sulla riforma della scuola, c’erano i segretari confederali Serena Sorrentino, Gigi Petteni e Tiziana Bocchi — il ministro ha illustrato le linee generali del provvedimento che dovrebbe approdare al Consiglio dei ministri entro la prossima settimana assieme a quello sulle politiche attive. Non ha consegnato testi scritti, ma ha confermato che la Naspi durerà 24 mesi e che vi sarà l’estensione della cassa integrazione alle piccole imprese, ma con durata ridotta e con limiti anche ai contratti di solidarietà.
Il premier Matteo Renzi intanto ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche divampate per la sua mancata partecipazione all’assemblea della Confindustria che oggi si tiene all’Expo e la scelta di andare allo stabilimento Fca di Melfi. In una lettera al presidente Giorgio Squinzi, Renzi spiega l’assenza perché «come da tempo ti ho anticipato sono impegnato in un lungo viaggio nelle Regioni, in particolare nel Mezzogiorno, su cui il governo sta focalizzando i suoi sforzi». E dopo aver celebrato l’Expo sottolinea che ci sono «segni solidi di svolta» invitando gli industriali a «lavorare insieme, uniti».
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