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L’Ocse: bene Roma sulle riforme

di Antonella Baccaro

ROMA — La riforma del mercato del lavoro non è ancora approdata in Parlamento, forse arriverà al Senato martedì, dopo il rientro del premier Mario Monti dall'Asia. Ma già riceve i primi consensi internazionali: è l'Ocse (l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a promuoverla, tramite il segretario generale Angel Gurria, che vede in Monti «l'uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto».
«Il nuovo pacchetto — ha detto ieri il segretario generale — è un passo decisivo per risolvere i principali problemi del mercato del lavoro italiano». Gurria ricorda che l'Ocse ha «a lungo raccomandato» all'Italia di «chiarire e facilitare le procedure di licenziamento per i lavoratori a tempo indeterminato, rafforzare la rete di sicurezza per i disoccupati, mettere in atto politiche efficaci di attivazione dei lavoratori senza occupazione e tenere a freno l'uso dei contratti a durata determinata e migliorare la transizione dagli studi al lavoro per i giovani».
«Mi chiedo quale riforma del lavoro abbia visto l'Ocse — polemizza l'ex ministro del Lavoro, il leghista Roberto Maroni —. Io, che sono un membro del Parlamento, non l'ho ancora vista». Ciò non gli ha impedito, qualche giorno fa, di annunciare manifestazioni di piazza contro il provvedimento ancora in scrittura.
E in piazza ha deciso di scendere la Uil che ieri ha riunito la segreteria: non si tratterà di mobilitazioni sull'articolo 18, si fa sapere, ma di iniziative a tutela dell'occupazione e del reddito di dipendenti e pensionati. Il sindacato di Luigi Angeletti in questi giorni ha visto crescere la protesta al proprio interno, con una Uilm (metalmeccanici) scatenata, già in procinto di muoversi. Di qui la decisione di attivarsi, spostando però il fuoco della protesta. Non è escluso che faccia altrettanto la Cisl, visto che il leader, Raffaele Bonanni, aveva detto al Corriere: «Se si devono mettere in campo delle iniziative, abbiano al centro i problemi della crescita e delle tasse. Su questo devono essere mobilitati i sindacati». I tre sindacati principali dovrebbero ritrovarsi insieme nella manifestazione del primo maggio che ieri è entrata in fase organizzativa.
Intanto non cessa la protesta della Cgil: ieri il leader Susanna Camusso ha detto che sarà «infinita» e ha ricordato al premier che «è il Paese che si sceglie il governo e non il contrario. Il Parlamento ha potere legislativo e, fino a prova contraria, è sovrano». E ancora: «Non si può minacciare una crisi di governo ogni volta che c'è un'ipotesi diversa da quella indicata dall'esecutivo». Ma la strategia di Camusso è duplice: da una parte attacca, dall'altra blandisce il governo, come quando è pronta a ammettere che con la riforma «per la prima volta dopo molti anni, si inverte la tendenza sulla precarietà: invece di aggiungere nuove forme se ne prova a cancellare una e limitare le altre».
Una tattica che sembra diretta a facilitare il lavoro al Pd in Parlamento. Ieri il vertice Pdl-Pd-Udc non si sarebbe occupato della materia e per il futuro «non l'abbiamo previsto», ha detto il segretario Pier Luigi Bersani. Il partito chiede correzioni sul reintegro nei licenziamenti ma, assicura Bersani, «è pronto a tenere i tempi di un decreto», cioè 30 giorni, come spiega il capogruppo Dario Franceschini. «Monti non è assolutamente Margaret Thatcher», conclude Bersani riferendosi al paragone del Wall Street Journal —, «discuterà con il Parlamento e porterà a casa il provvedimento, naturalmente con qualche aggiustamento». «Se si riapre la partita — replica il segretario del Pdl, Angelino Alfano — si riapre per tutti». «Siamo aperti al confronto, rispettiamo il ruolo del Parlamento e siamo disponibili a suggerimenti. Ma non è detto che saremo disponibili ad un accordo al ribasso — ha commentato a Ballarò il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà —. Potremmo giudicare l'accordo inaccettabile e ce ne andremmo».
 

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