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L’occupazione Usa frena il super-euro

Il super-euro si concede finalmente una tregua, ma il passo indietro compiuto dalla valuta comune ieri è però tutto sommato contenuto e, soprattutto, non è tanto legato né alle mosse della Banca centrale europea (Bce) né alla conferenza stampa tenuta da Mario Draghi, quanto all’altro evento clou che si è consumato nella giornata di ieri: la diffusione dei dati sulla disoccupazione negli Stati Uniti, eccezionalmente anticipata di 24 ore per non cadere domani in corrispondenza dell’Independence Day.
È infatti il biglietto verde a essersi rafforzato, facendo indietreggiare l’euro poco sopra quota 1,36, come dimostra anche il ritorno sopra quota 80 punti del dollar index (l’indicatore che lo mette a confronto con un paniere di valute). «C’è stata un’evidente reazione di mercato durante la conferenza stampa della Bce – conferma Jan von Gerich di Nordea – ma è dovuta ai dati Usa, perché niente di quello che ha detto Draghi lascia intendere che le azioni dell’Eurotower potranno indebolire il cambio, almeno nel breve termine». Si è trattato quindi di un riflesso delle «buone» notizie che arrivano sull’economia a stelle e strisce e delle aspettative per le future mosse della Federal Reserve.
La forza dell’economia Usa
A giugno negli Usa sono stati infatti creati 288mila nuovi posti di lavoro, ben oltre le attese degli analisti che in media si fermavano a quota 212mila. Il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1%, cioè sui livelli precedenti alla crisi Lehman, anche se questo dato va preso con le molle, perché è influenzato dalla riduzione complessiva della forza lavoro negli Stati Uniti. Negli ultimi mesi il tasso di partecipazione si è infatti notevolmente ridotto al 62,8% (minimi da 35 anni) sia per ragioni demografiche, sia perché molte persone di fatto hanno cessato di cercare lavoro in quanto scoraggiate: «senza quest’ultimo effetto oggi il tasso di disoccupazione sarebbe all’8,5%, che è sì il livello minimo da 5 anni, ma è ben diverso dal 6,1% ufficiale», sottolinea Harm Bandholz di UniCredit. «Il numero di quanti sono sottoimpiegati, cioè lavorano part-time o sono pagati meno rispetto alle proprie capacità, e la disoccupazione di lungo periodo restano elevati e questo resta motivo di preoccupazione per Janet Yellen», aggiunge Luke Bartholomew di Aberdeen Am.
Dispute sulle cifre a parte, è evidente che il dato sorprendente sul mercato del lavoro Usa è stato considerato dagli investitori in grado di mettere sotto pressione le «colombe» a Washington e far pendere l’ago della bilancia verso quanti vogliono anticipare la data del rialzo dei tassi negli Stati Uniti. Non per niente Jp Morgan pensa adesso che la svolta di politica monetaria della Fed potrebbe arrivare già nel terzo trimestre del prossimo anno anziché a fine 2015 e altre banche d’affari hanno aspettative pure più aggressive (attorno metà anno, per esempio, secondo UniCredit e Barclays). Questo spiega la forza del dollaro, il passo indietro dei Treasury (il rendimento del decennale usa è risalito al 2,69% per poi ripiegare leggermente sul finale) e in qualche modo anche i nuovi record a Wall Street (dove il Dow Jones ha bucato la soglia dei 17mila punti), alla quale evidentemente piacciono le indicazioni di un’economia più forte.
L’esuberanza dei listini
Tornando all’Eurozona, Draghi ha spiegato in maniera più accurata le prossime mosse espansive, finendo probabilmente per influenzare azioni e titoli di Stato «periferici». Non per niente ieri Piazza Affari ha chiuso in rialzo dello 0,95%, Francoforte e Parigi sono salite più dell’1%, scattando nel pomeriggio, mentre i rendimenti del BTp scadenza settembre 2024 si sono di nuovo ridotti al 2,85% portando lo spread sul Bund a quota 156.
«I dettagli tecnici sulle future aste T-Ltro sono stati interpretati come non eccessivamente rigidi per le banche, in relazione alla loro capacità di accedere ai nuovi prestiti e di soddisfare gli obiettivi di finanziamento richiesti dalla Bce, e dovrebbero quindi promuovere una partecipazione elevata soprattutto fra gli istituti di piccola taglia», sottolinea a questo proposito Barclays. Per attendere qualche effetto sull’euro occorrerà invece probabilmente attendere che i mille miliardi indicati ieri dallo stesso Draghi vengano effettivamente erogati.

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