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Lo Stato torna nell’Ilva. Entra Invitalia al 50%, maggioranza nel 2022

Lo Stato torna nella gestione dell’Ilva. Venticinque anni dopo il passaggio dell’ex Italsider ai privati del gruppo Riva — che il 16 marzo del 1995 si aggiudicarono il colosso dell’acciaio di Stato battendo la concorrenza di Lucchini — il pubblico torna a gestire la più grande acciaieria d’Europa (la proprietà degli impianti rientra già nella sfera pubblica, facendo attualmente capo a Ilva in amministrazione straordinaria). E lo fa attraverso Invitalia, così come previsto dal memorandum of understanding, la lettera d’intenti firmata ieri che sarà tramutata nell’accordo vero e proprio il prossimo 11 dicembre. Nel dettaglio, Invitalia — assistita come advisor dallo studio Irti — entrerà in Am Investco, società di ArcelorMittal, al 50%, per poi prendere la maggioranza, incrementando la quota al 60% nel 2022. Vengono confermati — così come concordato nella video call di ieri mattina tra esponenti di Mise, Mef, Invitalia, ArcelorMittal e Ilva in As — gli impegni assunti nell’intesa del 4 marzo: produzione a regime di 8 milioni di tonnellate (almeno 5 dal 2021) e 10 mila e 700 addetti, oltre che ingresso dello Stato con la conseguenza principale della permanenza nel gruppo siderurgico del socio privato ArcelorMittal. Che, in alternativa, avrebbe potuto abbandonare la partita vinta nel giugno del 2017 con l’aggiudicazione dell’ex Ilva, pagando una penale di 500 milioni di euro.

In attesa che vengano definiti gli aspetti finanziari dell’operazione e la governance (il nuovo cda con consiglieri designati in parti uguali dai due soci individuerà presidente e ad), la svolta pubblica è stata illustrata dai ministri dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del Lavoro, Nunzia Catalfo, e dall’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, ai rappresentanti di Fiom, Fim e Uilm. «Una decisione importante», è stato il commento all’unisono dei sindacati, ma che proprio perché importante, va approfondita. «Che lo Stato entri negli asset strategici di questo Paese, nella siderurgia — ha sottolineato la segretaria generale della Fiom Francesca Re David — è una garanzia e una scelta di politica industriale. Riteniamo però che sia ancora insufficiente la quantità di informazioni date. Per noi il cambiamento deve significare il rilancio della siderurgia, l’ingresso delle migliori tecnologie verdi, la salvaguardia dell’intera occupazione». Un tasto su cui battono anche Fim e Uilm: «Sarà fondamentale — ha evidenziato il segretario della Fim Roberto Benaglia — garantire l’occupazione per i lavoratori che stanno attraversando una lunghissima traversata nel deserto, compresi quelli di Ilva in As». E per Rocco Palombella (Uilm) è «inaccettabile un piano che dovrebbe prevedere il rientro graduale dei 4.700 lavoratori ora in cassa integrazione (3 mila in ArcelorMittal e 1.700 in Ilva in As) entro il 2025: non è possibile una transizione con 4.700 esuberi».

I sindacati

Per Fiom, Fim e Uilm non si potrà prescindere dalla piena occupazione

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