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Lo studio pesa la concorrenza

di Sergio Trovato 

L'accertamento fondato sugli studi di settore deve tener conto della diminuzione dei ricavi che subisce il contribuente a causa della concorrenza. I piccoli supermercati, per esempio, soffrono la concorrenza degli ipermercati che fanno diminuire sensibilmente i loro ricavi. Inoltre, il Fisco non può ritenere che il reddito aumenti se l'azienda si avvale della collaborazione di soci e familiari che prestano la loro attività lavorativa senza compenso. Il principio è stato affermato dalla Commissione tributaria regionale di Bari, sezione XXII, con la sentenza 193 del 9 settembre 2011.

Nel caso in esame, una società operante nel settore del commercio al dettaglio con tre supermercati aveva impugnato l'atto impositivo emesso dall'agenzia delle Entrate con il quale aveva accertato maggiori ricavi per differenze di magazzino e per gli oneri sostenuti per il personale impiegato nell'impresa. Il numero dei dipendenti al servizio dell'impresa era stato infatti rideterminato tenendo conto del personale necessario a svolgere l'attività. Il ricorrente, però, faceva rilevare le difficoltà legate all'attività svolta dai piccoli supermercati che vedono diminuire i loro ricavi a causa della concorrenza degli ipermercati. Inoltre, per far fronte alle esigenze aziendali si era avvalsa dell'aiuto di soci e familiari che avevano lavorato senza compenso. Il ricorso veniva accolto in primo grado, ma la sentenza veniva impugnata dall'agenzia delle Entrate.

I giudici d'appello hanno ritenuto valido il principio affermato dalla Commissione provinciale, secondo cui i supermercati soffrono la concorrenza degli ipermercati che fanno diminuire i loro «margini reddituali rendendo prive di significato le elaborazioni statistiche». Inoltre, «anche convenendo sulla necessità oggettiva del personale, i familiari – occupati nell'azienda senza compenso – consentivano di far fronte alle varie esigenze aziendali e pertanto tale circostanza non può da sola provare i ricavi in aumento».

Va ricordato che la Cassazione (sentenza 24436/08) ha chiarito che il Fisco può ricorrere alla determinazione induttiva del reddito imponibile, anche fuori dai casi previsti dall'articolo 39 del Dpr 600/73, purché sia riscontrabile una grave e ingiustificabile incongruenza fra i componenti positivi dichiarati e quelli desumibili dall'attività svolta, tenendo conto anche di una sequenza di esercizi. Il riferimento agli studi di settore deve rappresentare solo un possibile parametro di calcolo della redditività di un'impresa fondato su dati statistici (Cassazione, sentenza 19209/2006). Una volta accertato lo scostamento dei ricavi o compensi dichiarati rispetto a quelli attribuibili al contribuente sulla base dello studio di settore approvato per la specifica attività svolta, l'agenzia delle Entrate può avvalersi della presunzione per ritenere inattendibile la contabilità d'impresa e procedere ad accertamento induttivo, basandosi su alcuni indici che ritenga significativi. Nell'elaborazione degli studi va fatto riferimento agli acquisti di beni e servizi, ai prezzi medi praticati, ai consumi di materie prime e sussidiarie, al capitale investito, e così via.

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