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Lo studio associato paga l’Irap

di Debora Alberici  

Lo studio associato non sfugge all'Irap neppure nel caso in cui abbia dichiarato compensi modesti per i collaboratori in alcuni esercizi e inesistenti in altri.

È quanto sancito dalla Corte di cassazione che, con l'ordinanza n. 11933 del 30 maggio 2011, ha accolto con rinvio il ricorso dell'Agenzia delle entrate.

Il caso riguarda uno studio associato che in alcune annualità aveva dichiarato compensi modesti per i collaboratori e in altre compensi inesistenti.

Per questo aveva chiesto il rimborso dell'imposta. L'ufficio non aveva risposto. A questo punto lo studio aveva fatto ricorso alla Ctp di Genova che aveva accolto i motivi presentati dalla difesa. La Ctr Ligure aveva confermato la decisione. Ora le cose sono andate diversamente. La sezione tributaria ha infatti accolto il ricorso del fisco motivando che «nessun dato concreto viene offerto per dare contezza dell'affermazione secondo cui i costi per collaboratori sarebbero stati inesistenti in alcuni esercizi e modesti in altri». E questo nonostante «l'impiego di personale dipendente e di collaboratori sia normalmente rilevante agli effetti di che trattasi e, d'altronde, la circostanza che il relativo utilizzo non sia avvenuto in tutti gli esercizi non esonerava dal motivare, in base a quali elementi e considerazioni, per gli altri esercizi, l'effettivo impiego doveva, egualmente, essere ritenuto irrilevante».

Facendo un bilancio delle decisioni prese in sede di legittimità sull'Irap degli studi associati sono molto più numerose quelle che sanciscono il prelievo fiscale incondizionato. Anche se un'eccezione significativa c'è stata l'anno scorso. Infatti con la sentenza 22386/2010 la sezione tributaria ha riaperto una chance per il rimborso Irap nei grandi studi sancendo che il professionista sfugge al prelievo nel caso in cui riesce a provare «che il reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati».

«L'esercizio in forma associata di una professione liberale», ecco come motivarono i giudici della sezione tributaria, «è circostanza di per sé idonea a far presumere l'esistenza di una autonoma organizzazione di strutture e mezzi, ancorché non di particolare onere economico, nonché dell'intento di avvalersi della reciproca collaborazione e competenza, ovvero della sostituibilità nell'espletamento di alcune incombenze, sì da potersi ritenere che il reddito prodotto non sia frutto esclusivamente della professionalità di ciascun componente dello studio». E fin qui nulla di strano. Poi la Cassazione conclude con la frase, «a meno che il contribuente non dimostri che tale reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati».
 

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