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Lo stress test ora tocca a Piazza Affari

Chi venerdì si era affrettato a comprare in Borsa azioni Montepaschi (balzate quel giorno del 10,68%) e Carige (+3,91%), forse ieri qualche brivido freddo sulla schiena l’ha sentito. La banca senese esce infatti dagli stress test con una carenza di capitale di 2,1 miliardi: quasi la metà dell’attuale valore di Borsa, pari a 5,1 miliardi. L’istituto ligure, in proporzione, ne esce ancora peggio: il deficit di capitale (814 milioni) è praticamente uguale alla sua valutazione di Borsa (949 milioni). La seconda ha anche già annunciato un nuovo aumento di capitale, da almeno 500 milioni: torna insomma a chiedere aiuti a un mercato che le ha appena dato, con il recente aumento di capitale, 800 milioni. La seconda deve ancora decidere.
Tutto questo metterà a dura prova i nervi di Piazza Affari. Per entrambe le banche l’esito degli stress test è infatti peggiore rispetto a quanto atteso la settimana scorsa. Un risultato così netto, secondo gli operatori e gli analisti, potrebbe portare a due conseguenze opposte in Borsa: potrebbe deprimere in maniera netta i titoli di entrambe le banche, ma potrebbe anche far partire – difficilmente però nell’immediato – la speculazione su possibili fusioni. «Due banche con una carenza di capitale così pronunciata – spiega un’analista – diventano agli occhi degli investitori due facili prede». Una cosa è certa: la volatilità sarà elevata. Per questo già ieri la Consob ha iniziato il monitoraggio delle informazioni arrivate al mercato, ma solo oggi – in base alla partenza di Piazza Affari – deciderà se valga la pena di vietare nuovamente le vendite allo scoperto.
Il punto è capire se il destino borsistico di Mps e Carige possa influenzare anche le altre banche italiane, che escono decisamente meglio dagli stress test. Il problema in questo caso è principalmente di comunicazione: il risultato finale degli esami “sotto sforzo” per il sistema bancario italiano è stato infatti spiegato nella sua interezza (includendo tutte le azioni intraprese dalle banche per rafforzarsi) solo dalla Banca d’Italia, mentre per gli investitori internazionali la notizia di primo impatto è quella che arriva dalla Bce, che vede nove banche italiane “bocciate”. Non è un caso che i giornali stranieri, come Financial Times e Wall Street Journal, ieri mettessero in grande evidenza proprio questa notizia. Il rischio – in un cortocircuito informativo – è dunque che la volatilità su Mps e Carige possa contagiare, almeno in un primo momento, anche i promossi.
Presto o tardi, però, il mercato non potrà non differenziare tra banca e banca. I 10,8 miliardi di eccesso di capitale per Intesa Sanpaolo (poco meno di un terzo della sua capitalizzazione di Borsa), gli 8,7 di UniCredit (che in Borsa vale 34 miliardi), ma anche gli 1,7 miliardi di Ubi e gli 1,18 miliardi del Banco Popolare non possono passare inosservati. Quest’ultima, a rigor di logica, potrebbe far valere in Borsa il fatto che ha multipli di mercato più bassi rispetto alle concorrenti. Per Intesa e UniCredit potrebbe emergere presto, magari dopo le prime reazioni a caldo, un ruolo di poli aggreganti.
Nel complesso, dunque, il sistema bancario italiano esce bene dagli stress test. Il rischio però è che, agli occhi degli investitori internazionali, in un primo momento possa prevalere il fatto che delle 25 banche “bocciate” in prima istanza dalla Bce ben nove sono italiane. E possa prevalere l’idea che nel complesso il sistema bancario italiano esce meno forte di quello spagnolo, che tempo fa ha usufruito di aiuti europei.

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