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Lo strano caso di Bivona l’ex banchiere della City che scrive a Bce, Ue e Buba

Ha scritto lunghe e dettagliate lettere a Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, a quello della Bundesbank, Jens Weidmann, al premier Matteo Renzi, e al capo del Consiglio di vigilanza dell’Eurotower, Danièle Nouy. Ha continuato a mandare dossier di molte pagine al commissario europeo alla Concorrenza, Joaquin Almunia, e al presidente della Commissione, José Manuel Barroso, al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, a tutti i regolatori finanziari europei: dalla Finlandia, a Cipro e Malta.

Giuseppe Bivona in tutte le sue missive in questi mesi aveva un solo argomento: il Monte dei Paschi di Siena, la qualità dei suoi bilanci, la legittimità dell’aiuto di Stato da quattro miliardi di euro dei cosiddetti “Monti bond”. Di Bivona gli annunci pubblici di ieri da Francoforte o dalla Banca d’Italia non hanno parlato, ma la sua attività è ormai notissima a tutti gli addetti ai lavori. Lui ritiene di aver svolto «un ruolo importante » nella partita sul Montepaschi, e forse più in generale sull’Italia, a Francoforte. Di certo le sue lettere hanno suscitato discussioni difficili nel cuore del Consiglio di sorveglianza della Bce. Alessandro Profumo, presidente del Monte dei Paschi di Siena, lo ha denunciato per diffamazione e gli ha chiesto 30 milioni di euro di danni.
Bivona sembra aver dedicato molto tempo nell’ultimo anno a compilare e distribuire ai potenti d’Europa rapporti pieni di accuse su Mps; nel farlo, è diventato una sorta di mistero dietro le quinte dell’intero esame sulle banche d’Europa che si è chiuso ieri. A 50 anni, lui si descrive come «lavoratore autonomo» dopo una lunga carriera londinese in Morgan Stanley, Lehman Brothers e, brevemente, Goldman Sachs. Ha una casa a Roma al Pantheon, un’altra sulla riviera ligure e sembra aver abbandonato una carriera attiva da banchiere solo dopo la stagione dei bonus multimilionari della City di Londra. Alcuni ex colleghi ricordano ancora la sua intelligenza finanziaria tanto brillante quanto singolare: prima di chiamare un cliente, a volte si preparava fingendo la telefonata da solo in ufficio.
Di certo Almunia a Bruxelles e Danièle Nouy a Francoforte hanno finito per prestargli ascolto. I suoi argomenti, da tempo, sono tesi a dimostrare due punti. Il primo è che l’istituto di Siena doveva rimborsare i Monti bond, oppure il governo avrebbe dovuto convertire quell’aiuto in azioni. Il secondo è che il bilancio del Monte andava corretto su una transazione con Nomura, in un modo che avrebbe fatto emergere una perdita nell’esercizio di bilancio del 2013. L’ex banchiere di Lehman, Morgan Stanley e Goldman Sachs, ha sempre sostenuto in tutti i suoi dossier a Bruxelles, Francoforte, Parigi o Londra (e Roma) che quell’operazione dovesse essere classificata come in derivati di credito e non in titoli di Stato. L’impatto finale sul patrimonio di Mps non cambiava, ma nella versione di Bivona doveva emergere anche una perdita di esercizio da circa 600 milioni di euro. Alla fine la Bce non gli ha dato tutti i torti: in una nota pubblicata ieri, osserva che nell’insieme degli esami europei su Mps tratta la transazione con Nomura come un derivato, ma riconosce che la banca (su spinta di Bankitalia) non nasconde e, anzi, rende noto a bilancio l’impatto di questa ipotesi.
Resta che, secondo molti, il presumibile impatto degli argomenti di Bivona, nell’immediato, sarebbe stato sempre lo stesso: far perdere valore in Borsa a Mps (un punto che peraltro Bivona contesta). Molti in Italia, fra i quali certamente Profumo, hanno finito per sospettare che l’ex banchiere lavorasse per qualcuno che puntava (o punta) a scalare il Monte dei Paschi. Lui nega recisamente: «Non posso impedire a nessuno di pensarlo — dice — Ma il mio obiettivo in questa vicenda è legato solo al desiderio di salvare il Monte da una cattiva gestione». Bivona non è azionista di Mps, ma per lui cambia poco: «Ho un interesse costituito su questa questione — osserva — . Ed è di natura politica. E’ scorretto impedire all’Europa di aiutare l’Italia a fare chiarezza sulle sue banche».
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