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Lo «strabismo» dei rating alle banche

Sono le banche più aiutate e zavorrate d’Europa ma, per le agenzie di rating, le Landesbanken tedesche rimangono un investimento “gioiello”, istituti il cui debito è ultra-sicuro. Al contrario, le banche italiane, seppur solo sfiorate da aiuti governativi, si trovano a dover sopportare giudizi tra i peggiori del Vecchio Continente, allineati a quelli delle ben più malandate banche spagnole. Un paradosso che tuttavia diventa un macigno quando i nostri istituti devono ricorrere al mercato e collocare bond il cui costo è appunto correlato alla “pagella” delle tre sorelle del rating, Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch.
Gli istituti tricolori
Partiamo dalle banche italiane. Oggi circa il 50% degli istituti italiani quotati sul Ftse Mib si ritrovano addosso il bollino rosso del giudizio “speculativo”. Metà del credito italiano è di fatto considerato “junk”, spazzatura, dalle case di rating. Una quota impressionante, e verrebbe da dire un po’ eccessiva, se si considera ad esempio che nel 2012 le banche italiane sono state le uniche insieme agli istituti nordici, secondo uno studio di Roland Berger, ad aumentare i ricavi (+2,5%) e nel contempo a ridurre i costi (–2,4%). Certo, il peso delle sofferenze bancarie è sotto gli occhi di tutti, ma colpisce il fatto che a salvarsi dall’insufficienza siano solo quattro banche: Intesa, UniCredit, Ubi e Mediobanca, grazie a rating che oscillano tra il collettivo Baa2 di Moody’s e la Bbb- assegnata da S&P a Ubi. Tutto il resto, per le tre grandi agenzie di rating, è sotto la linea del galleggiamento. Si va dal pesantissimo B2 (altamente speculativo) di Mps targato Moody’s alla doppia BB che S&P ha inferto lo scorso 24 luglio a Banco Popolare, Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banca Popolare di Milano. Questo solo sul Ftse Mib. Fuori dal paniere dei grandi gruppi si trovano Creval e Carige, che risultano entrambi non investibili. La scure pende invece minacciosa sul Credito Emiliano, i cui voti sono a un passo dal burrone del “non investment grade”.
L’anomalia delle tedesche
Ma come vanno le cose nel resto d’Europa? Se si guarda in Germania, sembra che i giudizi siano molto più clementi, almeno in apparenza. Le Landesbanken, le banche regionali e macro-regionali compartecipate dai governi locali, sono il simbolo, seppur rimasto sottotraccia, degli eccessi speculativi delle finanza malata all’europea.
Gli azzardati investimenti di questi istituti – dai mutui subprime Usa all’immobiliare spagnolo e britannico, dal settore della cantieristica nord europea ai titoli di Stato greci – hanno obbligato il governo di Berlino a intervenire dopo il crack Lehman con un mega salvataggio da 650 miliardi di dollari. Un bailout più imponente persino di quello realizzato dagli Stati Uniti per i propri istituti (pari a circa 430 miliardi), e secondo solo a quello britannico, superiore ai 700 miliardi. Un buco nero che il governo tedesco ha sempre ridimensionato a problema di rilevanza interna al paese, non riconoscendolo come una minaccia per la stabilità del sistema bancario europeo.
Grazie al finanziamento dei contribuenti pubblici, le Landesbanken stanno tornando a segnare bilanci in nero e oggi vantano pagelle da prime della classe (si veda a lato), con rating quasi integralmente alti o medio-alti. Tuttavia, e qua sta il punto, se si scava in profondità, si nota che il giudizio relativo alla solidità finanziaria delle singole banche (il cosiddetto Bfsr per Moody’s) si riduce drasticamente, spesso fino a diventare junk. Landesbank Saar, Deutsche Hypothekenbank e Portigon (l’ex WestLB) registrano un rating Ba2 (speculativo), Hsh Nordbank un B1 (altamente speculativo) mentre il resto degli istituti regionali si muovono sul filo del “non investibile”. È la conferma della rischiosità di un segmento su cui gravano esposizioni a rischio, secondo Moody’s, superiori a oltre 250 miliardi di euro. D’altra parte, se il rating finale (il cosiddetto long term debt rating) delle Landesbanken è ben più alto, tutto si deve al cosiddetto “supporto esterno”, tipicamente la garanzia statale. Il ragionamento delle agenzie di rating è che la solida Germania, tripla Aper eccellenza, può garantire per i suoi istituti che si trovino a caso di rischio default, fino ad intervenire direttamente, come del resto già accaduto in questi anni. Questo paracadute governativo fa quindi balzare i rating di ogni singola Landesbank di 4-5 notch, offuscando però il vero merito creditizio dell’istituto.
Il confronto con le spagnole
Se le banche italiane piangono, quelle spagnole certo non ridono. Anzi, si può dire che in termini di giudizio complessivo i titoli considerati “junk” sono, almeno in termini percentuali, gli stessi. Esattamente la metà dei titoli del credito quotati all’Ibex35 non è giudicato investibile. Nel dettaglio, sulle sei banche principali di Spagna, tre (Banco Sabadell, Bankinter e Banco Popular Espanol) sono reputate a rischio. A salvarsi per un soffio sono Banco Bilbao, il Santander e Caixabank. Mal comune, mezzo gaudio, verrebbe da dire. Peccato però che il rating sovrano della Spagna sia un gradino più basso di quello italiano, a detta di tutte le tre agenzie di rating. In sostanza, se Madrid è a un notch dal junk, l’Italia è a due. Insomma, verrebbe da dire empiricamente che a parità di giudizio le banche italiane sono trattate “peggio” anche di quelle spagnole.

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