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Lo stop di Pechino fa crollare il Bitcoin Bruciati 700 miliardi

Il mercoledì nero delle criptovalute brucia 700 miliardi di risparmi e sgonfia la bolla delle monete digitali. Lo tsunami di vendite è partito dalla Cina: la Banca centrale di Pechino ha proibito alle istituzioni finanziarie tutte le transazioni in divise virtuali. Appena la notizia è stata battuta dalle agenzie, il Bitcoin – reduce da una settimana difficile causa i “siluri” di Elon Musk – ha messo la retromarcia: dopo un paio di ore di scambi è scivolato sotto i 40 mila dollari di quotazione (il 14 aprile era a 64 mila). Nel primo pomeriggio il calo è andato oltre il 20% e solo in serata i prezzi hanno riguadagnato un po’ di terreno assestandosi attorno a quota 39mila, in flessione del 9%. La regina delle criptovalute ha bruciato in dieci giorni il 35% del suo valore. E l’effetto contagio ha messo in ginocchio tutte le “cugine” con l’Ethereum giù ieri del 20% e il Dogecoin del 19%. Alcune della più note piattaforme di scambi come Binance e Coinbase sono andate in tilt accentuando il caos e bloccando le vendite dei loro clienti.
Lo scivolone di ieri non basta a cancellare tutti i guadagni messi assieme nell’ultimo pirotecnico anno e il Bitcoin viaggia ancora in rialzo del 270% rispetto ai prezzi di novembre. Ma nella testa di milioni di investitori si è rimaterializzato lo spettro del Capodanno 2018, quando – dopo aver sfiorato l’Everest dei 20 mila punti – il Bitcoin ha innestato una poderosa retromarcia che l’ha riportato a quota 3 mila, dove è rimasto a galleggiare per quasi due anni.
Cosa succederà ora? Difficile fare previsioni. Di sicuro il Bitcoin non è più la curiosa moneta esotica (con valore più o meno simile a quelle del Monopoli) del 2017. Con le criptovalute, è vero, non si può ancora comprare quasi niente. E la resistenza delle banche centrali («chi ci investe deve essere pronto a perdere tutto», ha detto martedì la governatrice della Bce Christine Lagarde) è un freno potente alla loro diffusione. Qualche spazio però a suon di rialzi – le monete digitali se lo sono conquistate. La corsa degli ultimi mesi è stata sostenuta dalla decisione di Paypal e Mastercard di accettarle come valute nei loro sistemi di pagamento. I colossi della finanza, da Goldman Sachs a Blackrock, hanno vinto le iniziali diffidenza – pecunia non olet – e hanno offerto ai clienti prodotti in criptovalute. E l’Office of the comptroller of the currency ha autorizzato le banche Usa a tenerle in deposito per conto dei clienti.
I punti di forza di Bitcoin & C., però, rischiano di diventare la loro debolezza: il mercato auto-regolamentato dal basso, una bella utopia, si è trasformato in un’oasi felice per chi vuol far sparire il denaro nel nulla, come dimostrano i riscatti in divise virtuali chiesti dagli hacker. L’arrivo delle monete digitali certificate dalle Banche centrali – Pechino sta sperimentando la sua – taglierà un altro po’ di erba sotto i piedi alle cugine nate sul libero criptomercato. L’ottovolante delle quotazioni di questi giorni è così l’immagine plastica del braccio di ferro in corso tra chi spera che il Bitcoin diventi prima o poi una vera valuta da usare anche al supermercato e chi pensa che le monete digitali siano la versione hi-tech dei bulbi di tulipano di Amsterdam, la prima bolla scoppiata 400 anni fa sui mercati. I prossimi mesi ci diranno chi ha ragione.
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