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Lo stop alle aziende riaccende nelle banche la miccia degli Npl

Non c’è pace nel mondo delle banche. Archiviato un 2019 con bilanci da record, o quasi, occorre fare subito i conti con l’imprevisto: l’impatto dell’epidemia di coronavirus e la sempre più probabile recessione in arrivo, almeno in Europa, mette a rischio non soltanto il già fragile profilo della redditività degli istituti di credito del Vecchio Continente, ma minaccia anche i passi in avanti compiuti negli ultimi anni sotto il profilo del patrimonio e, quando si parla in chiave italiana, il cammino virtuoso nella riduzione delle sofferenze.

È ovviamente ancora presto per trarre bilanci sull’aspetto dei crediti deteriorati, perché la diffusione dell’epidemia ha preso in contropiede un po’ tutti, per primi gli analisti. «L’impatto sulla qualità del credito dipenderà dall’entità e durata della riduzione dell’attività economica e delle conseguenze sulle imprese», osserva Mirko Sanna, Director Financial Institutions di S&P Global Ratings (che per l’Italia teme adesso un calo del Pil dello 0,3% nel 2020) notando che «le banche stanno prendendo delle iniziative per supportare le imprese e famiglie delle zone colpite, attraverso moratorie e supporti di liquidità». Qualcuno, come Moody’s, in verità getta anche acqua sul fuoco dei timori, affermando che gli effetti del Coronavirus non andranno al di là di inconvenienti operativi. Per l’agenzia di rating, infatti, difficilmente potranno essere intaccati i livelli di capitale e di liquidità delle banche; tuttavia – avvertiva l’agenzia nei giorni scorsi – se il virus si diffonderà ulteriormente con ulteriori restrizioni nelle zone interessate l’effetto potrebbe essere maggiore.

Cosa scontano i titoli

C’è insomma incertezza massima sulle conseguenze legate agli eventi che si stanno succedendo giorno dopo giorno e poca voglia di esporsi per il momento. Diventa quindi interessante l’analisi compiuta da Goldman Sachs al contrario, partendo cioè dal trattamento riservato dai mercati ai titoli bancari di tutta Europa nella scorsa settimana di fuoco per cercare di capire quale nuovo scenario stiano scontando gli investitori. Qui la vicenda si fa piuttosto interessante, perché i titoli sembrano incorporare implicitamente per l’intero settore una riduzione degli utili per azione 2020 del 15% rispetto alle precedenti stime. E ancora di più perché una cifra simile equivale a un aumento di quasi il 40% delle svalutazioni su crediti, oltre che a un costo del rischio di nuovo in crescita in media da 47 a 64 punti base. In modo piuttosto controintuitivo l’impennata in questo caso è maggiore nel Nord Europa, ma soltanto perché si ragiona in termini percentuali e le banche di quell’area partono da livelli notevolmente inferiori.

Quando si guarda ai risvolti sul piano degli utili il Sud Europa torna infatti a essere più colpito, con le banche greche in prima linea e le italiane non troppo lontane, purtroppo. Goldman Sachs si spinge anche a ipotizzare quali siano i possibili scenari nel caso in cui lo stesso costo del rischio tornasse a uguagliare la media degli ultimi dieci anni, per scoprire che anche gli utili degli istituti tedeschi (-70%) e degli irlandesi (-58%) subirebbero un taglio netto, mentre una pattuglia di banche potrebbe addirittura finire in rosso nel 2020: fra queste anche Mps e Banco Bpm, che pure due giorni fa ha presentato il nuovo piano che prevede una crescita media annua dei profitti del 4,3% da qui al 2023.

L’ipotetico stress test prosegue poi immaginando che il costo del rischio possa balzare a un livello del 25% o del 50% superiore alla media dell’ultimo decennio: in questo caso finirebbe in perdita anche Bper, mentre se lo stesso indicatore raggiungesse addirittura i picchi del periodo in questione fra le big italiane si «salverebbe» la sola Intesa Sanpaolo. Fin qui si tratta però di pure congetture, che aiutano soltanto a immaginare quali possano essere gli scenari peggiori.

La normativa che pesa

Di certo a pesare, almeno in prospettiva, sui conti delle banche è anche la normativa, che minaccia di acuire ulteriormente il rischio di credito, con la conseguente impennata degli Npl. Nel mirino delle banche, in particolare, è la nuova definizione di default prevista dalle nuove regole europee, che stabilisce criteri e modalità più stringenti rispetto a quelli finora adottati dalle banche italiane. Secondo la Crr, basta che un privato o una Pmi abbia un arretrato di soli 100 euro per oltre 90 giorni perchè la banca sia costretta a classificare l’impresa in default e avviare le azioni a tutela dei propri crediti.

Un regime, quello previsto a livello europeo, che si lega a doppio filo al calendar provisioning, che prevede che sui crediti più recenti finiti in deterioramento le banche debbano effettuare accantonamenti fino al 100% nel giro di 3 anni per i crediti non garantiti, e di 9 per quelli garantiti. Un doppio colpo che, alla luce della crisi in atto e alle difficoltà contingenti di molte Pmi, potrebbe incidere pesantemente sui conti degli istituti. E di fronte al quale anche l’Abi si è subito attivata per chiedere alle autorità europee e italiane di sospenderne l’applicazione fino a un anno.

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