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Lo stop alle aziende pesa di più su precari, giovani e part-time

ROMA — La crisi sanitaria picchia forte sui lavoratori deboli: giovani, precari, operai, apprendisti, contrattisti a termine, part-time, stranieri. La presenza di queste categorie nei settori produttivi costretti allo stop per legge supera quella nei settori essenziali. Mentre il loro salario è di norma inferiore: in media di un terzo fino a meno della metà nelle fasce a bassa retribuzione. Ecco che la pandemia rischia di travolgere proprio i lavoratori più fragili, con carriere frammentate. Di peggiorare le disuguaglianze e accrescere sia i working poor – i lavoratori poveri – che l’instabilità occupazionale. Quanti tra questi conserveranno il posto nella fase due, quando si ripartirà?
I numeri sono allarmanti. Li fornisce un’analisi della Direzione studi dell’Inps che usa i dati amministrativi relativi ai contratti – fonte Uniemens – per un affresco del mercato del lavoro al tempo del Covid. L’istantanea potrebbe persino essere peggiore, visto che si prende in considerazione il solo lavoro dipendente, con esclusione di autonomi, collaboratori, lavoro domestico, agricoltura. Ebbene, sulla carta – deroghe e smartworking esclusi – è fermo il 57% delle imprese, circa 912 mila, perché non essenziali e il 48% dei lavoratori, poco più di 7 milioni. In questo bacino si registrano le maggiori criticità. Non solo micro-durate nei contratti, ma buste paga molto leggere rispetto ai “colleghi” dei settori rimasti aperti: 13.716 euro medi annui contro 18.229 euro, un terzo in meno, e 26 settimane lavorate in media all’anno contro 32. Disparità ancora più evidenti nel decimo percentile, ovvero il 10% dei lavoratori con paga più bassa. Qui la differenza tra chi è in lockdown e un “essenziale” è tra 624 euro e 1.396 euro: meno della metà. In media, per questa fascia, un rapporto di lavoro dura 3 settimane nel settore chiuso contro le 5 dell’altro. In entrambi i casi la frammentazione della carriera è evidente, ma nel primo pesa ancor di più visto che quel lavoratore oggi è fermo.
Un’ulteriore conferma viene dall’indice di disuguaglianza che gli economisti dell’Inps calcolano. Nel settore bloccato un salario medio è 51 volte più alto di quello del decimo percentile, la fascia bassa. In quello essenziale – come sanità, trasporto, agricoltura, grande distruzione, difesa, amministrazioni pubbliche – la differenza è meno abissale: 28 volte. Se si risale poi alle filiere produttive chiuse, il divario si fa molto acuto nei comparti delle costruzioni e del turismo: quindi alloggi e ristorazione. Ma anche nelle attività artistiche, sportive, di intrattenimento, dei servizi. Meglio il commercio, grazie a un salario medio più alto, nonostante il settore sia fermo per l’83%. Le differenze si confermano a tutti i livelli retributivi, sebbene più marcate in quelli bassi. E ovunque sul territorio, anche se i centri con meno di 45 mila abitanti registrano più attività chiuse (55%) .

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