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Lo stoccaggio è imponibile Iva

La prestazione complessa di stoccaggio merci posta in essere nell’ambito di un deposito può assumere il carattere di servizio connesso a un bene immobile – con riflessi in termini di territorialità Iva – quando lo stoccaggio costituisce la prestazione principale di un’operazione unica e al depositante viene riconosciuto il diritto di utilizzare, in tutto o in parte, una porzione specificamente determinata della struttura adibita a deposito.
È questa la massima della sentenza di ieri della Corte Ue nella causa C-155/12, RR. La pronuncia – che si pone in linea con quanto contenuto nella proposta di modifica del regolamento 282/2011/UE, formalizzata nella comunicazione della Commissione 763/2012 sulla quale l’Ecofin del 21 giugno scorso ha raggiunto l’accordo politico necessario al varo definitivo – determina riflessi anche a livello interno siccome pone la necessità di considerare sotto una diversa prospettiva il rigido pensiero espresso dalle Entrate nella circolare 28/E/2011, dove la prestazione di deposito è inquadrata tout court fra le prestazioni generiche.
La vicenda posta al vaglio della Corte Ue attiene la natura da attribuire a un servizio qualificato come “complesso” in quanto consistente nel ricevere le merci in magazzino, sistemarle nelle apposite aree di stoccaggio e custodirle, imballarle, consegnarle, scaricarle, caricarle. Il dubbio è se siffatta operazione debba rientrare nelle prestazioni relative ai beni immobili ovvero fra le prestazioni generiche. L’opzione per l’una o l’altra qualificazione incide sul relativo trattamento Iva: nel primo caso l’operazione è territorialmente rilevante nel luogo ove sorge l’immobile (il deposito), per via della regola specifica prevista all’articolo 7-quater, lettera a), Dpr 633/72, da cui la fatturazione con rivalsa dell’Iva; nel secondo caso si rientra nelle prestazioni generiche, radicate nel luogo del committente in considerazione del principio generale ex articolo 7-ter del medesimo decreto, con la conseguenza che nei rapporti con non residenti, trovando applicazione il reverse charge, il prestatore non espone l’Iva in fattura. Per la Corte le prestazioni di stoccaggio non fanno parte di quelle direttamente riconducibili al bene immobile, in quanto non menzionate nella normativa di riferimento (articolo 47, direttiva 2006/112/CE). Tuttavia, una prestazione di servizi può assumere tale connotazione quando il bene immobile è espressamente determinato ed è l’elemento costitutivo (“l’oggetto”) della prestazione di servizi considerata in quanto ne costituisce un elemento centrale e indispensabile. Ne deriva che una prestazione di stoccaggio complessa, ossia svolta secondo le modalità sopra evidenziate, che di per sé non potrebbe rientrare nell’ambito di applicazione dell’articolo 7-quater (47 della direttiva), può assumere la natura di servizio connesso all’immobile – e quindi soggiacere alle citate disposizioni – se viene riconosciuto al committente del servizio (il depositante) il diritto di utilizzare in tutto o in parte un bene immobile espressamente determinato (una porzione del deposito).
Di conseguenza, va in parte mitigata la posizione della circolare 28/E/2011, in cui la prestazione di deposito è considerata (solo) di carattere generico. In forza della giurisprudenza in rassegna infatti, la prestazione di deposito può anche essere relativa a un bene immobile, nel qual caso – a differenza della conclusione a cui giunge la circolare – la fattura ricevuta dal depositante con addebito dell’Iva del Paese dove è ubicato il deposito deve considerarsi corretta e non da assoggettare a reverse charge, come invece vorrebbe la prassi in parola.

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