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Lo stipendio dei parlamentari sarà dimezzato

di Giovanni Parente e Gianni Trovati

Quasi due miliardi al mese. È il conto presentato dalla politica e istituzioni nazionali e locali, e da ciò che le gira negli immediati paraggi (da consulenze e incarichi al personale che gestisce le varie assemblee), alla finanza pubblica. Più del valore assoluto, la domanda chiave quando si parla di costi della politica è: si può risparmiare qualcosa, soprattutto in tempi bui quando per salvare i conti pubblici si bloccano gli stipendi dei dipendenti pubblici, si rimandano le pensioni e si super-tassano i risparmi? La manovra approvata la scorsa settimana offre una risposta chiara: sì, si possono risparmiare un centinaio di milioni. Cioè qualcosa meno del 5 per mille, purché non si abbia fretta, si mettano in campo misure che fruttano qualche titolo di giornale ora ma portano i primi risparmi fra alcuni anni, e non si travolgano davvero le anomalie più profonde del sistema italiano.

Questi sono i frutti misurabili al momento dell'applicazione diretta delle misure. Dei complessivi 23 miliardi di euro, i costi della politica propriamente detta sfiorano i 20, e sono accumulati dagli 1,7 miliardi di Camera e Senato, dai 4 miliardi impiegati per le assemblee (e il personale che le gestisce) in Regioni, Province e Comuni, le auto blu e le consulenze censite dal ministero della Pubblica amministrazione, a cui si aggiungono incarichi e consigli di amministrazione in partecipate ed enti intermedi; il resto arriva dal funzionamento di organi costituzionali e Authority.

Indennità

Molti di questi costi, com'è ovvio, sono indispensabili, perché un conto è chiedere più sobrietà alla politica e altro conto è mettere in dubbio le necessità della democrazia espressa dal Senato al consiglio comunale. Di fronte a questa mole di risorse, però, l'unico intervento potenzialmente significativo, fra quelli scritti negli articoli "nobili" della manovra, è quello sulle indennità dei parlamentari. Una commissione di «esperti» sarà chiamata a ridurli alla media dell'area Euro, ovviamente dalla prossima legislatura.

In realtà per capire la posta in gioco non occorre una commissione di studio, ma basta un semplice viaggio telematico fra i siti istituzionali dei diversi parlamenti. Da lì si scopre che i quasi 12mila euro mensili di «trattamento economico» mensile lordo (il resto sono rimborsi per le segreterie e contributi vari, che portano il totale a circa 23mila euro) rappresentano un po' più del doppio rispetto ai 5.339 euro europei: Camera e Senato spendono 144 milioni all'anno in indennità, che diventerebbero 62 milioni una volta raggiunte le indennità europee. Il seggio, se la regola sarà applicata in modo letterale, varrà quindi il 53,5% meno di oggi. Dal 1° gennaio scorso, invece, sono entrate in vigore le assai più tenui limature a retribuzioni e rimborsi, i cui effetti si vedranno solo nei prossimi bilanci.

Rimborsi elettorali

L'austerity targata 2011 non tocca i vitalizi (su cui si veda la pagina a fianco) e sfiora i rimborsi elettorali, limandoli del 10 per cento. Con il nuovo intervento, proclama direttamente il testo della manovra, il taglio rispetto al 2007 arriva al 30 per cento. Vero, ma nulla di impressionante: in Germania, per esempio, i voti valgono 85 centesimi l'uno (e 38 centesimi quelli superiori al quarto milione, quindi la maggioranza per un partito come la Cdu che all'ultimo turno elettorale ne ha presi 16 milioni), da noi continueranno a valere 3,5 euro l'uno. E continueranno a essere indirizzati anche a chi in Parlamento non entra, perché le soglie di sbarramento da superare per ottenere i fondi sono più generose di quelle che regolano la distribuzione dei seggi (alla Camera basta l'1% su base nazionale, anziché il 4%, e al Senato è sufficiente il 5% in una Regione, e non l'8%).

Costi di funzionamento

Per esistere, le due Camere spendono ogni anno 1,7 miliardi di euro. La manovra, come si è già sperimentato lo scorso anno, non può mettere direttamente le mani nelle tasche di Camera e Senato, ma al massimo può limitarsi a una moral suasion. È quello che accade anche quest'anno, con l'articolo 5 in cui si spiega che Camera e Senato possono «autonomamente deliberare» riduzioni di spesa, «anche con riferimento a spese di natura amministrativa e di personale». Se lo faranno, i risparmi andranno al bilancio dello Stato, che li dovrà destinare a interventi straordinari su «fame nel mondo», «assistenza ai rifugiati» o «beni culturali».

Regioni ed enti locali

Anche Regioni ed enti locali, secondo l'adatta-indennità previsto dalla manovra, dovranno trovare livelli europei per le buste paga dei loro politici. Sul versante locale, in realtà, gli effetti concreti della misura sono difficili da indovinare, e non solo per la maggiore eterogeneità dei dati di riferimento. In passato i tentativi di limare la paga dei politici regionali si sono infranti contro l'autonomia costituzionale delle Regioni, prontamente rivendicata dai Governatori. Il risultato, però, dovrebbe essere garantito in via indiretta, perché le indennità nelle Giunte e nei consigli regionali sono parametrate a quelle dei deputati. In prima battuta, quindi, anche loro dovrebbero vedersi ridurre del 50% gli "stipendi", al netto di eventuali ritocchi al parametro che li collega alle indennità «onorevoli». Per i politici di Comuni e Province, invece, i tagli erano previsti dalla manovra 2010; ma il decreto attuativo si è perso per strada.

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