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Lo Steve Jobs cinese fa tremare i giganti

Il gioco delle vite parallele non piacerà ai devoti di Steve Jobs: lesa maestà, magari. Ma anche Lei Jun è stato, e forse è ancora, affamato e folle al punto giusto da movimentare il mercato degli smartphone nella Repubblica Popolare e da meritarsi appunto il titolo di Jobs cinese. Se la Apple ha trasformato il mondo, la Xiaomi (letteralmente piccolo riso, ovvero il miglio) sta trasformando la Cina. Lei, che il 16 dicembre compirà 43 anni, ha lavorato a lungo nella stessa società dove entrò nel 1992 fresco di laurea in informatica a Wuhan: nella Kingsoft Jinshan (antivirus) si fece le ossa, divenne amministratore delegato nel 1998 e — in un’altra analogia con l’avventura di Jobs — la lasciò nel 2007 per poi rientrarvi. Lei non fu cacciato. Semplicemente, come ha più volte raccontato, sentiva di aver esaurito una sorta di ruolo storico: far crescere l’azienda, portarla in Borsa. Due anni fa è ritornato in Kingsoft Jinshan, diventando presidente 12 mesi dopo.
Oggi il gioiellino di Lei è Xiaomi, che ha fondato nell’aprile di due anni fa e che guida. Meno di 15 mesi dopo, il mercato veniva a conoscere il suo primo prodotto, Mi-One. Alla fine di giugno di quest’anno il fatturato di Xiaomi aveva superato i 6 miliardi di renminbi (circa 700 milioni di euro) con 3 milioni di cellulari venduti, destinati a diventare 5 milioni entro la fine del 2012. Lei Jun si ritrova fra le figure chiave della nuova imprenditoria cinese, che scansa il modello obsoleto della duplicazione e affronta la sfida dell’innovazione. Ha un patrimonio personale stimato da Forbes in un miliardo e mezzo di dollari, mentre già gli 800 milioni del 2011 lo collocavano fra i 400 cinesi più ricchi. Talento già espresso compiutamente, nel 2004 Lei aveva ceduto ad Amazon per 75 milioni di dollari la piattaforma di e-commerce Joyo creata solo 4 anni prima.
Il resto è una storia in pieno svolgimento, nel quale le tangenze con Jobs rischiano di ridursi alla sobrietà nel vestirsi. La convinzione di Lei è che, «se Jobs fosse vissuto in Cina, penso che avrebbe potuto non aver successo. Era scrupoloso fino al perfezionismo, mentre la nostra cultura esalta la via di mezzo». Come aveva dichiarato al sito Techweb l’anno scorso, «il ‘Mi’ di Xiaomi significa anche Mission Impossible» e poi aveva alluso a Mao Zedong, spiegando che appunto Xiaomi, della quale possiede il 30%, vuole «realizzare missioni impossibili. La nostra speranza è di conquistare il mondo con il miglio e con i fucili». E, con una giusta dose di ruffianeria: «Ci auguriamo che questo nome simpatico possa diventare l’amico di voi tutti».
Il Mi-One e il Mi-One S, su piattaforma Android, sono il suo esercito. Il colpo che ha sparigliato il mercato cinese, e che forse ha modificato i rapporti di forza con la stessa Apple e l’iPhone diretto concorrente, si è consumato in estate, quando il prezzo del Mi-One (già in vendita a 320 dollari rispetto ai 790 dell’iPhone 4S) è stato tagliato a partire dai siti di ecommerce fino a circa 200, scatenando una guerra commerciale al ribasso. Il mese prossimo sarà il momento del Mi-Two, che secondo gli estimatori migliorerà funzioni e grafica, già adesso ottime e non distanti dall’iPhone. In giugno le azioni messe sul mercato hanno fruttato a Xiaomi, valutata in 4 miliardi di dollari, più di 215 milioni. Chi ha scommesso tiene strette le sue carte e aspetta il nuovo giro.

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