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Lo statuto fantasma tiene in scacco l’Agenzia digitale

Da una parte i proclami, dall’altra la realtà dei fatti. L’agenda digitale è, per ora, solo poco più di un’agenda, con progetti avviati anche da anni ma che non riescono ad arrivare in porto. Complice anche la grande confusione su chi deve indicare la rotta e tenere la barra del comando. Esemplare, a questo proposito, quanto sta accadendo intorno all’Agenzia per l’Italia digitale, orfana di uno statuto che la rende una scatola vuota.
L’Agenzia – istituita nell’estate scorsa dal decreto Sviluppo (il Dl 83) – è partita accumulando già ritardo. Il primo atto, quello di nomina del direttore generale – individuato in Agostino Ragosa – sarebbe dovuto arrivare entro fine agosto 2012, invece è stato il Consiglio dei ministri del 30 ottobre a decretare l’investitura del manager di Poste italiane. Entro metà dicembre avrebbero dovuto trovare posto tutti gli altri pezzi necessari per permettere all’Agenzia di iniziare a operare. Entro il 14 dicembre sarebbero dovuti essere pronti lo statuto e il decreto per la riorganizzazione del personale. Lo statuto è arrivato a marzo di quest’anno, ma la Corte dei conti lo ha rispedito al Governo. Del decreto sulle nuove piante organiche non c’è ancora traccia.
Dunque, l’Agenzia, nata come punto di riferimento per l’applicazione dell’agenda digitale e come struttura capace di far risparmiare allo Stato non meno di 12 milioni l’anno già a partire da quello in corso, di fatto non è mai decollata. Al momento esiste solo una parvenza di Agenzia, originata dalla fusione (ma senza regole, visto che manca il decreto sul personale) degli enti soppressi e al cui posto di comando c’è sempre Ragosa, che ha assunto le vesti di commissario finché non debutterà l’Agenzia vera e propria. La quale, però, non si capisce più tanto bene quali compiti avrà, visto che a giugno il decreto del fare (Dl 69) ha sparigliato le carte, riportando l’agenda digitale sotto l’ala di Palazzo Chigi. Al presidente del Consiglio è stata, infatti, affidata la presidenza della cabina di regia per l’attuazione dell’agenda digitale. All’interno della cabina di regia è stato, poi, previsto un tavolo permanente per l’innovazione, guidato dal commissario per l’attuazione dell’agenda digitale, figura che il Governo ha individuato in Francesco Caio.
Non solo, il decreto del fare ha rivisto la dotazione organica dell’Agenzia – portandola dagli originari 150 addetti a 130 –, l’ha sottoposta alla vigilanza della Presidenza del Consiglio (mentre prima se ne occupavano quattro ministeri: Economia, Pubblica amministrazione, Istruzione e Sviluppo economico) e ha introdotto alcune modifiche sulla composizione del comitato di indirizzo della struttura. Novità di cui dovrà tener conto il nuovo statuto dell’Agenzia, di cui non si è – dopo lo stop della Corte dei conti – più saputo niente, anche se da Palazzo Chigi lo danno per imminente.
A questo punto, non sarebbe male se dallo statuto arrivassero anche indicazioni sulla nuova collocazione dell’Agenzia, che non può più, evidentemente, funzionare da riferimento per l’agenda digitale, visto che ora c’è Caio che se ne occupa. L’Agenzia è, dunque, destinata a diventare un braccio operativo della cabina di regia, un po’ come già era DigitPa, che funzionava come struttura di Palazzo Chigi? Se così sarà, il risultato di questo rimaneggiamento che va avanti da più di un anno sarà ben poca cosa. Insomma, tanto rumore per nulla.

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