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Lo Stato pasticciere Quella voglia di pubblico (che non è mai passata)

Chi ripensa con nostalgia all’epoca in cui lo Stato fabbricava i panettoni (Motta e Alemagna), si consoli. Quei tempi, in realtà, non sono mai finiti. È soltanto cambiata la ragione sociale dell’azionista pubblico. Non più l’Iri, ma qualche holding magari controllata dal ministero dell’Agricoltura. Capita allora, per esempio, che l’Istituto di sviluppo agroalimentare del quale è amministratore delegato l’ex consigliere regionale della Campania Annalisa Vessella si ritrovi in tasca azioni del Gruppo italiani vini, insieme a quote di altre otto industrie alimentari.

Non più le partecipazioni statali, ma qualche società pubblica. Sviluppo Italia, ora Invitalia, era arrivata a contare un centinaio di partecipazioni. C’era perfino una casa editrice impegnata in pubblicazioni sul volontariato, una impresa alberghiera di cui era azionista l’ex presidente della regione siciliana Salvatore Cuffaro, e una ditta di ristorazione del gruppo Cascina: sigla che richiama alla mente la potentissima organizzazione politico-religiosa Comunione e Liberazione.
Enti locali
Non più lo Stato, ma le Regioni. Ecco allora che nel portafoglio della finanziaria regionale del Molise spunta uno Zuccherificio, mentre in quella della Sicilia salta fuori una fabbrica di sale. Ed ecco che pezzi della statale Tirrenia di navigazione, come la Caremar, finiscono nei patrimoni regionali. La Corte dei conti ha censito 403 società regionali di primo livello, che controllano a loro volta centinaia e centinaia di partecipazioni in imprese commerciali, industrie di trasformazione, società di servizi, finanziarie.
Non è mai stato fatto il conto di quanti soldi gli azionisti pubblici abbiano tirato fuori per investire in attività economiche mentre procedeva il piano delle privatizzazioni statali. Si sa soltanto che queste ultime hanno fatto entrare nelle casse dell’Erario circa 150 miliardi di euro, senza che l’obiettivo politico che ci si era prefissati, cioè la riduzione del nostro enorme debito pubblico, sia stato raggiunto. Tutt’altro. In vent’anni siamo passati dal 108 al 133 per cento del Prodotto interno lordo.
Se poi si va a vedere come sono finite certe privatizzazioni, davvero bisogna impegnarsi per contrastare le argomentazioni di un certo statalismo di ritorno. E non parliamo soltanto delle grandi vicende, come Telecom Italia o l’Ilva. Per dirne una, in Campania c’è un’agenzia di proprietà di sei Comuni che svolge un’azione formidabile. Si chiama Agrorinasce e gestisce un numero incredibile di beni confiscati alle organizzazioni criminali. Lo Stato ha ora deciso di affidarle anche una grande tenuta agricola di 230 ettari a Santa Maria La Fossa, in provincia di Caserta, sequestrata a un soggetto ritenuto dai magistrati il prestanome dei camorristi casalesi. Era appartenuta al gruppo Cirio, l’industria alimentare già controllata dalla Sme, holding dell’Iri privatizzata a pezzi una quindicina d’anni fa.
Grandi partite
La verità è che la voglia di pubblico è nel nostro Paese una pulsione inconfessabile della politica. Che la stagione delle privatizzazioni non ha affatto messo in crisi. Basterebbe ricordare alcune vicende di cui è stato protagonista il governo di Silvio Berlusconi, che sulla carta si richiamava a idee liberali e antistataliste. Fra i suoi ministri, durante la crisi della Fiat all’inizio degli anni Duemila, qualcuno aveva pensato a far intervenire lo Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti.
Soltanto chiacchiere, certamente. Invece a far comprare a Sviluppo Italia prima la decotta Compagnia italiana turismo e quindi la Valtur, finita poi commissariata, ci provarono davvero. Senza fortuna. Ma l’amministratore delegato di Invitalia Domenico Arcuri riuscì nel 2008 anche a respingere la richiesta, messa sul tavolo nientemeno che da Palazzo Chigi, di rilevare una quota dell’Alitalia insieme alla cordata capitanata da Roberto Colaninno. E non si smette di immaginare, da allora, che prima o poi l’azionista pubblico possa intervenire ancora.
Se non per la compagnia di bandiera, almeno per la rete telefonica. Raccapricciante, se davvero andasse così. Perché lo Stato ricomprerebbe quello che ha venduto nel 1997 con un’operazione che è difficile, alla luce di quanto si è verificato in seguito, non giudicare fallimentare. Al momento della privatizzazione Telecom Italia era la sesta compagnia telefonica mondiale. Oggi ha di fronte a sé la prospettiva di finire nelle mani del suo concorrente spagnolo. In attesa, arranca soffocata dai debiti: anche per questo si era profilata l’eventualità di cedere la rete. Confidando, i più temerari, in un gesto compassionevole della Cassa depositi e prestiti. L’unico soggetto pubblico che abbia tanti soldi a disposizione. Ragion per cui viene tirato in ballo a ogni occasione.
Quale soluzione migliore allora che un intervento del Fondo strategico partecipato dalla stessa Cassa per l’Ansaldo? Non è un mistero che l’amministratore delegato di Finmeccanica Alessandro Pansa, in coerenza con l’idea controversa di ridimensionare la presenza del suo gruppo nel settore civile, sia impaziente di liberarsene.
C’è da dire che negli anni alla banca del Tesoro è stato rifilato di tutto. Oggi la Cassa è al centro di una galassia che comprende anche Fintecna, i resti di quello che una volta era l’impero dell’Iri. A lungo è stata anche azionista delle Poste italiane, protagonista addirittura della ripubblicizzazione di una banca. È accaduto in seguito alla decisione di Tremonti di creare una Banca del Sud con l’obiettivo di dare sostegno alla boccheggiante economia meridionale. Le Poste si sono subito candidate a guidare l’operazione attraverso il Mediocredito centrale. Era una banca pubblica di proprietà del Tesoro nata nel 1952 e privatizzata nel 1999. Negli anni Novanta il Mediocredito centrale aveva acquisito il Banco di Sicilia prima di essere a sua volta ceduta dal Tesoro alla Banca di Roma, confluita successivamente in Unicredit. Due anni fa Poste Italiane, gruppo interamente posseduto dallo stesso Tesoro, l’hanno ricomprato per 136 milioni di euro.
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