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Lo spreco, piaga da debellare. Abbattere lo sperpero, arricchisce tutti

Quando si tratta del tema del cibo e dell’alimentazione in generale, non si può non far riferimento a una delle piaghe più insopportabili dei Paesi, cosiddetti, sviluppati: ovvero lo spreco alimentare. In primis bisogna distinguere tra perdite alimentari e sprechi alimentari propriamente detti.

Le prime sono perdite connesse alla filiera agroalimentare (semina, coltivazione, raccolta, ), mentre i secondi sono relativi alle trasformazioni industriali, alla distribuzione commerciale e al consumo finale.

Lo spreco alimentare è quell’enorme ammontare di prodotto, in pratica cibo, parzialmente consumato o assolutamente non consumato che non che non si riesce a smaltire attraverso le consuete dinamiche del mercato. E questo a causa di molteplici fattori. Tra le cause si possono annoverare: errori nella distribuzione commerciale, peculiarità della rete distributiva, elementi disfunzionali interni al ciclo di vendita.

Data la complessità della rete produttiva, molteplici sono anche i possibili fattori determinanti uno spreco alimentare: dalla scarsa efficienza dei livelli di produzione alla base e in fase di trasformazione, fino all’ammontare di invenduto nella distribuzione commerciale, dovuto, per esempio, al fatto che un determinato alimento che non incrociava parametri estetici dei consumatori.

«Tutto questo rappresenta un assurdo sociale, prima ancora che economico, in particolare se pensiamo che nel corso di ogni anno nella spazzatura finisce quasi un terzo di tutto il cibo che viene prodotto», ammonisce il presidente Cnai, Orazio Di Renzo, «222 milioni di tonnellate di cibo che, dati Fao, i Paesi sviluppati letteralmente buttano via. Viene persa, insieme alla ricchezza, anche l’umanità se pensiamo che con tutto il cibo sprecato ogni anno si potrebbe sfamare l’intera popolazione dell’Africa Sub sahariana».

Benché in Italia si sprechi un po’ meno cibo rispetto alla media europea (146 kg pro capite contro i 180 kg continentali), ancora molto può essere fatto: «La cosiddetta «Legge del Buon Samaritano» del 2003 (le onlus impegnate nella beneficenza del cibo sono state equiparate a consumatori finali, svincolandole dagli oneri della responsabilità di percorso, ndr) ha aperto certo una strada, ma si è dimostrata assolutamente insufficiente.

Purtroppo si è dovuta attendere la Legge 166 del 19 agosto del 2016 per una disciplina più stringente in tema di riduzione degli sprechi in fase di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Ora risulta maggiormente semplificata la cessione gratuita degli alimenti da parte delle onlus, estese le possibilità di distribuzione delle eccedenze, modificate alcune procedure tecniche al fine di agevolare la rimessa in circolo dei beni invenduti. «Ma molto c’è ancora da fare per far sì che venga a modificarsi l’intero parametro comportamentale degli italiani, verso una condotta senza sprechi.

Bisogna capire che sprecare meno arricchisce tutti: le aziende che producono, riducendo gli sprechi; i consumatori, risparmiando sul cibo che finisce nella spazzatura; chi non riesce a mangiare riuscendo, finalmente, a farlo», conclude il presidente Di Renzo.

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