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Lo spread vola a quota 200 Draghi: “Euro irrevocabile”

La moneta unica non si tocca: è la parola d’ordine di Mario Draghi, mentre l’euro-spread infiamma i mercati di Francia, Italia e Spagna e raggiunge il top da almeno tre anni. Di fronte a Marine Le Pen che vuole tornare al franco, a Donald Trump che attacca l’Unione europea e alla proposta di Europa a due velocità «appena abbozzata » di Angela Merkel, il presidente della Bce ricorda che l’«euro è irrevocabile ». Senza non si sopravvive, ha osservato, «ci tiene uniti in tempi difficili quando c’è la tentazione di rivoltarsi contro i nostri vicini o di cercare soluzioni
nazionali».
Durante una lunga audizione al Parlamento europeo, ieri, il “numero uno” di Francoforte ha mostrato i muscoli in vista di mesi difficili: mentre si avvicinano le elezioni in Olanda, Francia e Germania con le forze populiste in avanzata. L’incertezza è già palpabile e investe i mercati: mentre Draghi parlava, gli euro-spread schizzavano: l’Italia, con un balzo di quasi 20 punti rispetto a venerdì, superava i 200 punti con il Bund tedesco, al massimo dal febbraio del 2014. A Parigi gli Oat, i titoli di Stato francesi, raggiungevano il massimo sui Bund da quattro anni a quota 74 punti. In Spagna, il Bonos ha raggiunto i 137 punti. Ne risentono anche le Borse: Milano perde il 2,2 per cento, cedono Francoforte e Madrid La difesa di Draghi è decisa e senza tentennamenti. Dopo aver scandito che l’euro «irrevocabile» replicando ad una domanda di un deputato a Cinque Stelle, ha rilanciato i valori fondanti della moneta unica: il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio del 1992, venticinque anni fa, fu una «scelta coraggiosa », ha detto, ed è servito a «forgiare legami» che «ci hanno permesso di sopravvivere alla peggiore crisi economica dalla Seconda guerra mondiale». Con una significativa battuta in francese ha ricordato che «stare uniti in tempi difficili» è la raison d’etre della moneta unica. Marine Le Pen è avvertita.
Draghi non giudica la fuga in avanti di Angela Merkel che apre la strada all’Europa a «doppia velocità», la definisce una visione «appena abbozzata» e dunque si astiene da commenti. Ma quello che è certo è che il presidente della Bce non crede a nuovi assetti dell’euro. Lo conferma, qualora ce ne fosse bisogno, quando esorcizza con una battuta il ritorno ai tempi del «serpente monetario » degli Anni Settanta e alle svalutazioni competitive, e quando ribadisce che la moneta unica dà vantaggi «solo se funziona per tutti».
Ma i nemici dell’euro non stanno solo a Parigi: c’è The Donald. Draghi replica deciso a Washington: dice di essere «preoccupato» dagli annunci di protezionismo di Trump; esprime timore anche per i venti di deregolamentazione e di retromarcia sulla Dodd-Frank che rischiano di «replicare le condizioni » della grande crisi scoppiata nel 2007. Ribatte anche alle accuse dell’amministrazione Usa di manipolare al ribasso i corsi dell’euro (definito il “marco occulto”), favorendo la Germania: «Non siamo manipolatori della moneta: nel 2013 l’euro era a 1,40 dollari e il surplus tedesco era già al 6 per cento del Pil». Significa, ha detto citando un documento del Congresso Usa dell’ottobre del 2016, che non sono le politiche monetarie e l’euro debole a favorire Berlino ma la forza e la competitività dell’economia tedesca.
Spada sguainata anche sulla politica monetaria della Bce. Il quantitative easing «resta confermato fino alla fine del 2017 e oltre se necessario». Le ragioni stanno nel fatto che l’economia europea sta «stabilmente migliorando » ma è ancora «ai primi passi». Mentre l’inflazione è ancora «molto sottotono » e l’incremento a dicembre e gennaio «riflette gli aumenti dei prezzi dell’energia».

Roberto Petrini

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