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Lo spread vola a 283 Le Borse guardano alla scure del rating

Parola chiave: volatilità. Piazza Affari e lo spread iniziano il mese di ottobre sull’ottovolante. Nel corso dell’ultima seduta l’indice Ftse Mib era arrivato a guadagnare l’1,5% (provando a recuperare in parte il -3,7% della vigilia) per poi vanificare tutto e chiudere ancora in rosso, di mezzo punto percentuale. Tra i singoli settori, il più pesante, manco a dirlo, è stato quello bancario con il Ftse Ita Banks arretrato del 3% (-10% in una settimana e -18% da inizio anno), penalizzato dal taglio di giudizio di Citi a “neutral” ma soprattutto dalla nuova fiammata dello spread BTp-Bund che sul finale di seduta si è impennato di 26 punti base chiudendo a quota 283.
Gli investitori non hanno gradito il dietrofront del ministro dell’Economia Giovanni Tria che oggi avrebbe dovuto partecipare all’Ecofin mentre ieri ha anticipato il rientro in Italia dal Lussemburgo. A nulla sono servite le dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio («non c’è nessuna emergenza»). Nella logica degli investitori si è aperto il dubbio che Tria non partecipi per non dover essere costretto a respingere le pressioni dei colleghi europei sulla riduzione del deficit. Quel 2,4% che il governo ha inserito nel Nadef non piace alla Commissione europea. E nemmeno ai mercati che restano in ogni caso in attesa di capire l’ammontare che andrà agli investimenti (in teoria moltiplicativi del Pil) e quanto invece sarà destinato alla spesa corrente (con effetti scolasticamente dubbi sul Pil). Questo punto è al vaglio anche delle agenzie di rating, il cui giudizio a questo punto tiene un po’ tutti con il fiato sospeso. Il 26 ottobre si esprimerà Standard and Poor’s. Mentre Moody’s ha indicato che lo farà entro fine mese. A differenza della prima, Moody’s ha posto (ottobre 2017) un outlook negativo. Anche Fitch, ha abbassato il 31 agosto l’outlook sul debito italiano da “stabile” a “negativo”.
Non è quindi da escludere che una o più delle “tre sorelle del rating” taglino il rating. Ovviamente non sarebbe una bella notizia anche perché l’Italia ha appena un bonus (un downgrade) prima di finire nella categoria dei junk bond (su cui per policy molti fondi non possono investire). Motivo per cui, oltre a un eventuale downgrade gli investitori osserveranno con attenzione se sarà accompagnato da un outlook negativo. Perché a quel punto l’Italia sarebbe pericolosamente vicina alla soglia con cui vengono catalogati i bond “spazzatura”.
Osservando però un altro spread, quello che misura la distanza di rendimento tra i BTp a 10 e 2 anni, va detto che non emerge per il momento il peggiore scenario. Ieri i BTp a 10 anni hanno chiuso al 3,31% e quelli a 2 anni all’1,36%. Tra i due titoli ci sono quindi 195 punti di distanza: segnale che la curva dei rendimenti non è piatta o invertita come accadde nel 2008 e nel novembre 2011. Non c’è però nemmeno da stare tranquilli. Perché l’ultima volta che la curva si è appiattita in ordine cronologico (e quando ciò accade è perché gli investitori mettono seriamente in dubbio la sostenibilità del debito) risale allo scorso maggio quando per qualche ora i tassi a 2 anni avevano superato il 3%, portandosi sui livelli dei decennali. La motivazione di quel balzo fu la pubblicazione del contratto del nuovo governo con un piano ambizioso di deficit spending ma dubbio sulle coperture. E ora, a distanza di qualche mese, siamo tornati punto a capo, alla resa dei conti del deficit. Fino al 30 novembre (quando la Commissione europea dovrà approvare la manovra) la tensione su spread e Piazza Affari potrebbe restare elevata.

Vito Lops

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